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Il concorso di Apple

Pensare per fare codice, la storia di 3 vincitori della Swift Student Challenge

Pensare per fare codice, la storia di 3 vincitori della Swift Student Challenge
Imparare la lingua universale del coding significa cambiare modo di pensare e trovare una comunità che aiuti a superare gli ostacoli sociali
4 minuti di lettura

Storie di vita e di codice, ovvero quando conoscere un linguaggio può cambiare una traiettoria. Abbiamo incontrato 3 giovani che con la programmazione hanno trovato il modo di cambiare la loro storia: un'italiana, un brasiliano e un francese. E queste sono le loro storie.

Alessia Andrisani è laureata in Lingue e il suo futuro, come ha spiegato lei stessa dopo la vittoria della Code Challenge di Apple, era quello delle traduzioni o dell'insegnamento. Fino all'incontro fortuito con qualcosa che la sua preparazione scolastica e la sua traiettoria professionale non le avrebbero mai lasciato immaginare. Avanti veloce e un anno dopo è fra i 350 studenti provenienti da 40 Paesi che hanno vinto la Swift Student Challenge, la sfida nella programmazione con Swift, il linguaggio open source creato da Apple per facilitare il lavoro e in qualche modo anche la vita non solo ai suoi programmatori. 

Alex Freitas Soeres è un po’ meno giovane: è brasiliano e a 35 anni ha capito che il posto sicuro in banca non faceva per lui e ha deciso di rimettersi in gioco, tornando all'università per studiare da sviluppatore. Nel 2020 è andato in una delle Developer Academy che Apple ha creato nel mondo e oggi si è riscoperto sviluppatore.

Infine, Hugo Queinnec, francese, 22 anni compiuti il 13 giugno, la passione per l'informatica fin da piccolissimo e una traiettoria che ci aspetteremmo in chi anziché di fare l'astronauta o il pompiere sogna di fare il coder: Politecnico e tanto codice tradizionale. Con, a un certo punto, uno scarto di fantasia: perché non partecipare alla Challenge? “Ho iniziato con i tutorial online di Apple, perché sono fatti molto bene e ovviamente gratuiti – ha spiegato – Ho imparato a programmare Swift da zero in poco tempo e ho scritto la mia app, che poi è quella che ha vinto la Challenge”.

L'app in questione si chiama Split! e risponde a un problema molto semplice: condividere le spese dell'appartamento che Hugo affitta assieme a 3 compagni di studi. Con una marcia in più, però: “Apple fornisce strumenti e librerie per programmare che sono molto potenti, ma molto semplici da implementare. Una volta studiata la logica dell'app, ho trovato anche un framework di Apple che permette di estrarre i dati da qualsiasi documento o immagine e in poco tempo la mia app permette di fotografare e scansionare qualsiasi ricevuta, digitalizzarne i dati e dividerli rapidamente nel conto spese complessivo anche in modo asimmetrico”.

Alessia, come Hugo, ha incontrato Tim Cook a margine dell’ultima Wwdc, la conferenza degli sviluppatori che si è tenuta a Cupertino lo scorso 6 giugno. Oltre all'assegnazione dei premi per gli sviluppatori senior (tra questi anche due italiane) Apple ha selezionato i migliori junior che stanno imparando a usare gli strumenti per il coding. Ed è stato lo stesso CEO di Apple a spingere per rendere pubblica questa attività e dare visibilità ai giovanissimi che per la prima volta si cimentano con il coding: “Incontrarlo – ci ha detto Alessia – è stata un'emozione fortissima, e le sue parole me le vorrei tatuare sulla pelle”. 

Dopo la laurea, la giovane campana si è innamorata del coding e oggi lo considera un'altra lingua: “Programmare significa usare un linguaggio universale che oggi tutti dovrebbero imparare”. La sua app è un gioco facile, ma dal quale è difficile staccarsi: Emoj-it presenta una serie di emoij che devono essere lette e interpretate, come un rebus, per ricostruire i titoli di film e libri famosi. “Una volta che ho finito il gioco, in due settimane, ci ho fatto giocare i miei amici e mi sono emozionata e divertita tantissimo a vederli giocare a qualcosa che avevo creato io”.

La app di Alex si chiama Blocalcs e allena a fare i calcoli: è un gioco con regole semplici, ma che rendono la vita difficile a chi si vuole cimentare un livello dopo l'altro. “Mi è venuta in mente - ci ha detto - perché molte persone hanno problemi con l'aritmetica, e questa app le aiuta ad allenarsi divertendosi con una sfida”. Ma il vero amore di questo bancario brasiliano trasformato in programmatore è un altro: “Amo scrivere codice. Amo creare un'app che la gente può usare tutti i giorni. Amo aiutare gli altri a fare qualcosa grazie al mio lavoro: la Wwdc è l'evento più importante per la vita di uno sviluppatore e io mi prendo il tempo per ascoltare, studiare e imparare le cose che presentano. E quando ho partecipato alla Challenge e ho scoperto di aver vinto non ci credevo: ho cambiato carriera a 35 anni, pensavo di essere vecchio ma tutta la fiducia in me stesso che ho avuto è stata ripagata".

Se ci sono tre temi che accomunano queste tre persone sono la convinzione che il codice sia un linguaggio universale che non può mancare nell'educazione delle persone e il supporto della comunità di programmatori che li ha aiutati a riconoscersi come persone capaci di programmare pur venendo da un percorso solo parzialmente tradizionale. L'importanza di questo secondo aspetto non può essere sottovalutata: “Trovare altre ragazze e ragazzi all'Academy di Apple a Napoli è stato fondamentale”, ci ha detto Alessia. Per Alex, “frequentare gli sviluppatori mi ha permesso di crescere non solo come sviluppatore ma anche come persona". Per Hugo, che è partito con l'idea di fare il programmatore, “incontrare Cook è stata un'esperienza fantastica e per me è stata un'emozione unica quella di veder riconosciuto così il mio lavoro”.

La terza cosa che accomuna i 3 è la medesima considerazione dell'informatica in generale e del coding in particolare. Nessuno usa parole complicate come “pensiero computazionale” o tira in ballo nomi altisonanti come il pedagogista Seymour Papert, gli informatici e cognitivisti Alan Perlis e Marvin Minsky, e la studiosa di informatica Jeannette Wing, che peraltro ha coniato il termine. Però tutti e 3 vedono l'importanza di avvicinare i bambini, con strumenti facili, all'analisi dei problemi e alla ricerca delle loro soluzioni in modo logico e strutturato. Analizzare, esplorare e capire processi che sono una novità nel modo con il quale gli esseri umani fanno problem-solving. 

Il pensiero computazionale o computational thinking, che è la base sopra la quale si può imparare a scrivere codice o fare mille altre cose collegate all'informatica, non è l'apprendimento di una tecnica in particolare, ma di un approccio, di uno sguardo: il liceo classico dell'informatica. Vuol dire capire i problemi e le loro soluzioni in modi che un computer potrebbe anche eseguire. Il codice viene dopo, e anche un bambino, letteralmente, può impararlo. Su questo i 3 si sono mostrati d’accordo: per iniziare a programmare non serve il pallino della matematica, essere nerd oppure smanettoni (magari solo maschi). No: quel che serve è usare la logica e un modo di pensare che si impara, poi gli strumenti vengono naturalmente ("soprattutto quando sono facili come Swift Playground per iPad”, ci ha detto Alessia).

Infine, una nota alla storia di questi tre giovani programmatori: per Alessia, la ragazza con un background come quello umanistico apparentemente più distante dalla programmazione, avere trovato una comunità è stato importante perché, ci ha raccontato, l'ha introdotta a vedere altre donne che fanno codice. Vedere e riconoscersi in altre persone che sanno fare qualcosa, è il parere anche di Alex, è fondamentale per acquistare la sicurezza e andare avanti. La comunità, insomma, è determinante tanto quanto il modo di pensare. Il codice diventa un linguaggio universale per esprimersi non solo verso il computer (che deve interpretare i comandi) ma anche per confrontarsi con la comunità.