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La guerra sui social

Perché gli ucraini vengono bloccati su Facebook e Instagram?

Perché gli ucraini vengono bloccati su Facebook e Instagram?
Lo chiede a Meta, sottolineando la ‘censura’ di “opinion leader, blogger e attivisti”, il ministro ucraino che dall’inizio dell'invasione russa ha combattuto una cyberwar parallela
 
2 minuti di lettura

Mykhailo Fedorov, ministro per la Transizione Digitale in Ucraina, ha scritto una lunga lettera all’indirizzo di Nick Clegg, presidente degli Affari Globali di Meta, per evidenziare una “nuova ondata” di blocchi su Facebook e Instagram ai danni di utenti ucraini, in particolare di “opinion leader, blogger e attivisti”.


“Questo per noi rappresenta un grave problema - scrive Fedorov - poiché ci impedisce di diffondere la verità sulla guerra”. Fedorov scrive che, dall’inizio del conflitto, molti cittadini ucraini, appartenenti a diverse categorie di professionisti, si siano impegnati nel condividere sui social di Meta notizie e iniziative utili all’acquisto di mezzi e materiali da inviare al fronte. “Tutti contribuiscono alla resistenza - scrive il ministro - e per questo il blocco rappresenta un problema per chi vuole aiutare l’esercito e i civili in difficoltà”.

Il 31enne Fedorov, che nel governo ucraino svolge anche le funzioni di vicepremier, e che in un’intervista a Italian Tech ha spiegato come la cyberwar funzioni “meglio delle pallottole”, ha scritto a Clegg che “gli alti livelli di decisioni prese da Meta, sulla base di segnalazioni non corrette, suggerisce un problema vasto che richiede una soluzione sistemica. [...] Qualcosa non va nella qualità della moderazione”.

Per Fedorov, inoltre, Meta dovrebbe rivedere il giudizio sui post che contengono ‘insulti’ e ‘parole vietate’ dal regolamento delle due piattaforme social controllate dall’azienda. Dall’uso di questi termini, secondo il ministro, provengono la maggior parte dei blocchi degli account.

“Ci auguriamo che discuterete il nostro punto di vista con chi sviluppa i Community Standards di Meta che puniscono le persone per l’uso di parole contenute in una lista stilata senza tener conto delle istituzioni di linguistica e degli esperti locali” afferma Fedorov. Tutto questo, secondo l’esponente del governo ucraino, “punisce persone che reagiscono in modo emotivo alla guerra”.

Dal 24 febbraio scorso, il giorno in cui l'esercito di Putin ha invaso l'Ucraina, il giovane ministro combatte in prima linea. Fedorov non imbraccia un fucile, la sua arma è Twitter: sul social ha chiesto alle Big Tech di lasciare la Russia. Ad altre migliaia di aziende il ministro ha inviato e-mail e lettere con lo stesso appello: "Ne ho firmate personalmente 4 mila". In molti casi Fedorov ha raggiunto il suo scopo: Apple, PayPal e Netflix sono tra le aziende che hanno sospeso vendite e servizi ai cittadini russi.

Lo scorso 19 maggio, a Bruxelles, Fedorov aveva incontrato proprio Nick Clegg per chiedere aiuto all’azienda di Menlo Park. “La guerra ci costringe a interagire con Meta molto più spesso” aveva scritto il ministro ucraino.


Anche in quella occasione Fedorov aveva parlato a Clegg dell’urgenza di rivedere “l’approccio alla moderazione in tempi di guerra”. L’incontro era terminato con una stretta di mano e una serie di promesse da parte di Meta. Che evidentemente, stando a quello che scrive il ministro ucraino, non sono ancora state mantenute.

Lo scorso febbraio, due giorni dopo l'inizio del conflitto, con un post sul suo blog ufficiale Facebook ha annunciato i suoi "sforzi riguardo l'invasione russa dell'Ucraina", comunicando di aver messo insieme un team speciale "che include persone che parlano la lingua russa e ucraina" per "monitorare la piattaforma" e poter rispondere alle problematiche "in tempo reale".