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Perché secondo Tim Cook tutti dovrebbero studiare un linguaggio di programmazione

Perché secondo Tim Cook tutti dovrebbero studiare un linguaggio di programmazione

Il Ceo di Apple torna sulle opportunità offerte dal coding: "È un modo per esprimere se stessi, ma anche un'opportunità per cambiare il mondo e renderlo migliore", ci dice. Ma in Italia c'è ancora molto da fare 

3 minuti di lettura

“Per me il linguaggio della programmazione è il vero linguaggio universale”, dice Tim Cook nel corso del nostro incontro all’Apple Academy. È la sede più giusta per un'affermazione del genere, visto che gli studenti del campus di San Giovanni a Teduccio in primo luogo imparano il codice: quello che serve per realizzare siti web, database, e soprattutto app. 

Anche se la maggior parte di loro sono italiani, in aula parlano inglese. Ma dove il vocabolario non arriva, arriva il linguaggio di programmazione: “La mia opinione è che sia la seconda lingua più importante che si possa imparare. Prima viene la lingua madre, poi il coding”, secondo il Ceo di Apple. Che, coerentemente, aggiunge: “Credo che a tutti dovrebbe essere richiesto di imparare a programmare prima del diploma di scuola secondaria. A mio parere, l'insegnamento dovrebbe essere offerto a partire dalla scuola elementare, con passi sempre più difficili man mano che si cresce”. 

E in Italia come va? “Formalmente abbiamo moltissime iniziative, ad esempio per la Code Week, ma sono episodiche e troppo brevi per lasciare il segno”, spiega Augusto Chioccariello, ricercatore presso l’Istituto per le Tecnologie Didattiche del Cnr. “L’insegnamento di un linguaggio di programmazione dovrebbe diventare obbligatorio per avere un senso; se ne parla almeno dal 2004, però i ministri cambiano troppo velocemente e non si riesce ad arrivare a una decisione. Una cosa è certa: è stupido parlare di rivoluzione digitale limitandosi a usare strumenti informatici senza capire, almeno a grandi linee, come funzionano”. 

Due buone ragioni per studiare coding

Cook indica altri due buoni motivi per avere familiarità con un linguaggio di programmazione: da una parte, dice, “aiuta a pensare”, dall’altra è “un modo di esprimere se stessi”. 

“Non sto dicendo che dobbiamo diventare tutti programmatori, ma per me il codice aiuta a sviluppare il pensiero critico, e questo può essere utile in molti momenti della vita”. Il ragionamento è chiaro: imparare a programmare significa imparare ad analizzare le proprie idee e trovare il modo migliore per esprimerle. Questo vale sempre, nel momento in cui si impara un nuovo idioma: si analizzano affinità e divergenze, si riflette e si impara a conoscere meglio anche la lingua madre. Non c’è nemmeno bisogno di cambiare lingua, in realtà: basta pensare all’analisi logica, alla riflessione critica sul linguaggio che si parla ogni giorno e a quanto aiuti a prendere coscienza di modi di dire, frasi fatte, espressioni vaghe o fuorvianti. Avere a che fare col codice aiuta a familiarizzare con un procedimento logico che è di analisi, ma pure di sintesi. Non deve esserci troppo né troppo poco: tutte le migliaia o milioni di linee di codice di cui è composta un’app o un programma hanno un senso e un significato. Questo rigore concettuale, questo sforzo per esprimere un concetto con chiarezza e concisione può diventare uno strumento molto utile per lavorare su se stessi e con gli altri. E qui arriviamo al secondo punto sottolineato da Cook: “Scrivere codice è esprimere se stessi, attingendo alla propria creatività”. Perché, nonostante le regole rigide dei vari linguaggi di programmazione, non c’è una sola strada per arrivare al risultato, ma diverse. E la scelta è individuale, riflette la personalità, lo stile e la cultura di chi la fa. Sempre a Napoli, ma all’università, nel discorso per il conferimento della laurea honoris causa, aveva detto che “la tecnologia è lo specchio dell’uomo”. Il che è vero se si ragiona in termini assai generali, ma pure se si scende nel particolare.

Creare un mondo nuovo

Nel nostro colloquio, Cook ha però fatto un'altra osservazione, più poetica e insieme più concreta: lavorare con la programmazione “è un modo per affrontare le cose che non vanno nel mondo e cambiarle”. “È qui la differenza fra il matematico e l’informatico: il primo descrive la realtà in un teorema, il secondo costruisce un programma che risolve un compito”, osserva Chioccariello. “Quindi essenzialmente inventa dei mondi nuovi, e per farlo bisogna essere creativi. Non ci sono limiti fisici, ma solo di fantasia: pensiamo ad esempio ai videogiochi”. 

C’è qualcosa di magico nel coding, nel fatto che un linguaggio possa creare nuovi mondi: è un po’ come essere Dio, che dà i nomi alle cose e così le fa nascere. E per questo c’è una grande responsabilità, come ha ricordato Cook: “Oggi vediamo più chiaramente che mai come l'innovazione possa guidare il progresso sociale e rendere più profonda l'esperienza umana - ma vediamo come possa anche essere esercitata per sfruttare e sorvegliare. Per indebolire i legami tra di noi proprio quando abbiamo bisogno di rafforzarli. E credo che, in quanto innovatori, abbiamo la responsabilità di attenerci rigorosamente agli standard più elevati quando si tratta del nostro impatto sulla vita delle persone”. 

Il lavoro

E infine, più prosaicamente, il coding può diventare un lavoro, una fonte di guadagno. Solo in Italia, 89.000 posti di lavoro sono riconducibili alla iOS app economy, in crescita rispetto agli 85.000 dell’anno precedente. Il coding quindi può aiutare a inventarsi una carriera, o una nuova vita, come per Séamus O'Connor, uno dei 258 iscritti all’Academy per l’anno accademico 2022-2023. Si è laureato all'University College di Dublino in archeologia e civiltà greca e romana, con un master in Business Studies, poi ha passato 15 anni tra Cina, Giappone, Singapore e Hong Kong, dove si è occupato di assicurazioni mediche private internazionali. A un certo punto ha deciso di diventare uno sviluppatore iOS/macOS ed è tornato in Irlanda per conseguire un diploma post-laurea in Informatica. “Qui ci sono arrivato per caso, avevo inoltrato la domanda ma mi ero dimenticato di controllare i risultati, poi mi hanno avvisato che ero stato ammesso”, spiega. “E ora sono tra ragazzi e ragazze che hanno grandi idee per rendere il mondo migliore”. Quella di Séamus ha a che fare con l’insegnamento delle lingue, ma non è la sua vera priorità: “Passati da un po’ i quarant’anni sentivo il bisogno di una nuova sfida, e sviluppare app è un'opportunità eccellente per ricominciare da capo”.