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Boris 4, una risata contro gli algoritmi che decidono le nostre vite

Boris 4, una risata contro gli algoritmi che decidono le nostre vite
Su Disney Plus torna una serie storica che sembra non avere perso il gusto per la satira feroce. Che ora ha un bersaglio preciso: i software che governano la nostra vita
3 minuti di lettura

Boris è stata una serie tv unica nel panorama italiano per la capacità di guardare dentro la produzione televisiva e ridere dei suoi tic e delle sue feroci cattiverie fino a far diventare le sue citazioni una sorta di lingua franca di Internet e la serie stessa lo specchio di un Paese che già all’epoca veniva ampiamente accusato di schiacciare e vessare i giovani mentre vivacchiava di amicizie politiche, mezzucci, ricatti e cose fatte male. Insomma, per citare uno dei monologhi più famosi della serie, “un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”.

Questa inattesa quarta stagione, disponibile su Disney Plus, riprende da là, ma con una consapevolezza diversa, perché nel frattempo la serialità è stata stravolta e per fare i soldi non basta più Occhi del cuore. Ed ecco quindi che gli autori, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, purtroppo mancanti dello scomparso Mattia Torre, individuano perfettamente il nuovo sire da compiacere.

La banda di scappati di casa capitanata da René Ferretti adesso non dovrà più compiacere “la rete” e i suoi mutevoli umori politici, ma “la piattaforma”, ovvero un servizio di streaming che potrebbe essere Netflix, Prime Video o la stessa Disney, personificato in una dinamica dirigente americana perennemente in call che non solo impone un codice di condotta fatto di pronomi neutri e zero bullismo, ma che a sua volta sottostà alle volontà del vero protagonista della serie: l’algoritmo.

È l’algoritmo a chiedere che la serie tv che fa da sfondo a Boris 4, uno scalcagnato adattamento della vita di Gesù, inserisca all’interno un trauma infantile per il protagonista e che allarghi così tanto i canoni della diversità da inserire improbabili cast in una ambientazione palestinese. Ed è sempre l’algoritmo che esige storie che siano sempre globali, universali, pensate col misurino per contenere tutti gli elementi necessari a non turbare nessuno e piacere un po’ a tutti.

D’altronde, e al di là delle sacrosante richieste di storie, personaggi e rappresentazioni sempre più varie, che non fanno altro che arricchire il panorama della cultura pop, è palese la tendenza di molte produzioni a cercare il successo sfruttando una sorta di formula perfetta fatta di gruppi di ascolto e sondaggi che rappresenta la morte della creatività. E questo vale per il cinema, per la musica e molte altre forme di espressione dell’essere umano, che sono ormai diventati business in cui piacere poco a tutti è meglio che piacere tanto a pochi, dove tutto sembra creato in serie.

Con questa saggia scelta gli sceneggiatori proiettano Boris 4 in una nuova contemporaneità che non è soltanto quella delle produzioni tv moderne, ormai molto attente a omogeneizzare i loro prodotti di punta e quindi a spuntarne le armi narrative in favore di un generale compiacimento delle masse, ma quella di tutti noi.

Quante volte gli algoritmi ci dicono quali sono le tendenze e i contenuti da postare sui social per essere considerati, ricondivisi e apprezzati? TikTok e Instagram sono di fatto gli showrunner dei contenuti di milioni di persone, cui ogni giorno viene suggerito quale musichetta utilizzare, quale trend seguire, quale filtro usare, quali hashtag inserire per venire considerati. Ed è sempre l’algoritmo a decretare che i post più polemici su Facebook siano quelli con più risposte e quindi i più interessanti, generando un circolo vizioso che attira le persone verso un vuoto e continuo litigio.

I problemi di René, Arianna, Seppia e tutti gli altri sono i nostri problemi, perché nell’era del contenuto perennemente fruibile e condivisibile, tutti siamo i Ferretti della nostra vita. E se gli algoritmi chiedono alla So Not Italian Production creata da Stanis e Corinna di omologare la produzione a tutto il resto, anche a noi viene spesso chiesta la stessa cosa. Il risultato sono foto Instagram tutte uguali, Reel che ripetono la stessa gag più e più volte, post in cui è bene non inserire determinate parole per evitare il famigerato e temuto shadowban.

Viene da pensare che in un certo senso Boris 4, oltre a farci tirare un sospiro di sollievo per il non avere perso la voglia di graffiare e farci ridere dei nostri difetti, sia una serie profondamente cyberpunk. In che senso? Nel senso che è probabilmente la prima serie in cui di fatto il vero protagonista, o almeno l’antagonista, è un algoritmo, una massa di dati che decide il successo o il fallimento di qualcosa a priori, ancora prima che il pubblico scopra di apprezzare qualcosa che non stava cercando. E finalmente ci viene spiattellato davanti agli occhi che questi famigerati algoritmi, pensati per darci sempre ciò che potrebbe piacerci, sembrano impoverirci invece che aiutarci.

Insomma, Boris 4 assomiglia a una sorta di Black Mirror in cui si ride più del solito e forse stavolta la distopia verrà minacciata da uno che viene da Fiano Romano e gira con il crick in macchina. Alla faccia di William Gibson e della sua Inverso (che si può vedere su Amazon Prime, comunque).