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God of War: Ragnarok, la prova di Italian Tech

God of War: Ragnarok, la prova di Italian Tech
Continua la storia di Kratos e Atreus con un gioco che riparte dove finive il capitolo precedente, senza grandi innovazioni ma con nuove emozioni
4 minuti di lettura

Rispetto ai miti ellenici, e di riflesso quelli romani, il rapporto tra le civiltà del nord e il pantheon norreno ha sfumature differenti e meno sacrali. Tra Odino, Thor, Freya e quei popoli temprati da un clima feroce e dediti alle razzie vigeva un certo pragmatico rispetto meno intriso di sacralità e più di quel timore reverenziale che un figlio può avere per un padre severo. C’era anche un isolamento maggiore rispetto ai popoli greci, che ha portato a una frammentazione di miti e leggende con personaggi e vicende spesso in contraddizione tra di loro, ma quasi tutte legate da valori di forza, violenza, valore e guerra e, in parte, inganno.

Ecco perché in fondo la storia del primo God of War, che vedeva Kratos alle prese con Baldur e altri personaggi dell’epica norrena, sembravano così ben legate al suo passato di devastatore dell’Olimpo. In fondo la furia spartana di un uomo che aveva perso tutto cercando di stipulare un patto con gli dei non era così in contraddizione con i bellicosi valori nordici, dal garantire il Valhalla ai più valorosi e soprattutto dalla furia dei berserkr, che ha tanto in comune con quella di Kratos.

Ma ciò che aveva reso ancora più interessante il primo God of War era il mescolare le capacità combattive del suo protagonista con la nuova veste di padre, un padre ruvido, taciturno, incapace di veri gesti d’affetto e perennemente in bilico tra l’educare un figlio con durezza, per prepararlo a un mondo ancora più duro e cercare in qualche modo di dargli l’affetto che reclama.

Tutti temi che God of War: Ragnarok, seguito che riprende le fila più o meno nel momento in cui ci eravamo fermati, espande ancora di più, rimanendo più o meno fedele alla struttura del capitolo precedente.

In questa nuova avventura Kratos e Atreus dovranno fronteggiare ancora una volta due fronti, quello esterno, costituito da Odino, i suoi inganni e la sua voglia di dominare tutto e quello interno, fatto da un rapporto che si complica sempre di più con la crescita di Atreus e il suo reclamare un posto nel mondo non più come spalla del padre ma come giovane uomo.

L’incontro e scontro tra padre e figlio, tra affetto ed educazione, tra libertà e dovere sono il cuore narrativo dell’opera, un cuore ironicamente ripreso nello spot con Ben Stiller, Lebron James e John Travolta, ma che offre una favolosa molla narrativa per farci sempre venire voglia di sapere cosa succederà di lì a poco.

God of War: Ragnarok è un seguito ovviamente legato al capitolo precedente; quindi, dal punto di vista prettamente ludico aggiunge qualcosa ma senza esagerare. Le dinamiche di combattimento sono ancora legate all’ascia e alle lame del caos, con in aggiunta la possibilità di caricarne gli effetti di gelo e fuoco per rallentare o aumentare il danno inferto a creature e mostri di ogni tipo, mentre Atreus ci fa da spalla scagliando frecce e distraendo i nemici.

Qua e là sarà possibile raccogliere risorse che ci permetteranno di migliorare o cambiare la nostra armatura per potenziare il danno, la difesa o l’energia di Kratos, oppure migliorare o cambiare gli effetti elementali delle armi.

La struttura globale del gioco è un continuo ripetersi di momenti narrativi, alcune sezioni di esplorazione con piccoli puzzle ambientali da risolvere per aprire varchi o superare ostacoli, combattimenti più o meno complessi e poi si riparte. Da un certo punto di vista può essere visto come uno schema ripetitivo ma dall’altro è anche a suo modo confortante perché God of War: Ragnarok sa di essere un gioco in cui il combattimento è epico, spettacolare e divertente, dove anche lo scontro più semplice può regalare un momento esaltante.

A rompere ogni tanto questo schema ci pensano dei graditi momenti di esplorazione un po’ più aperta con alcuni incarichi secondari che ci permettono di scoprire un po’ di più i giochi di potere e le leggende di questo mondo in decadimento e sull’orlo di una guerra che, in fondo, non vuole nessuno.

Ragnarok inoltre impara da uno dei difetti più gravi del precedente: la mancanza di momenti veramente epici costellati di creature enormi da abbattere, che erano il punto distintivo della saga originale.

Peccato che dal punto di vista visivo il freno a mano tirato un po’ si senta. Il gioco è visivamente molto bello su PS5 ma, come spesso accade con i giochi che escono con una generazione di console ancora in divenire, e questa ha avuto una gestazione particolarmente travagliata, viene da chiedersi cosa poteva venirne fuori con gli sviluppatori concentrati solo sulla generazione attuale. Resta comunque un gioco con degli scorci e dei dettagli splendidi che su PS5 può anche essere goduto con una fluidità maggiore.

Se a tutto questo sommiamo una caratterizzazione dei personaggi adorabile, sfaccettata e intensa, che si prende ogni spazio tra un colpo d’ascia e una esecuzione violenta per offrire una tridimensionalità a tutte le figure che si avvicendano sui nostri schermi, mostrandoci sofferenze, difetti, aspirazioni, traumi di un gruppo di personaggi che, come vuole la tradizione dell’epica, con le loro lotte mitologiche sono specchio delle passioni umane. 

Vale ancora una volta la pena ricordare il bellissimo percorso svolto dal personaggio di Kratos, passato dall’essere un “uccisore di dei” spaccone e sopra le righe a un personaggio vero, un uomo tormentato, taciturno e complesso. Ma questo nuovo capitolo è l’occasione per esplorare anche meglio Atreus, che passa dall’essere poco più che un aiutante a coprotagonista. Perché se da una parte abbiamo il padre che educa il figlio dall’altra abbiamo il figlio che cresce ed in costante ricerca di un equilibrio per gestire i cambiamenti che derivano con la crescita e il momento in cui il padre dev’essere simbolicamente “ucciso”.

L’unico neo sotto questo punto di vista riguarda il, forse, eccessivo bisogno del gioco di dirti costantemente cosa potresti fare per risolvere puzzle anche molto semplici. Probabilmente una esigenza che è emersa in fase di testing e che ha portato a voler essere certi che nessuno, proprio nessuno avesse dei dubbi su come procedere. D’altronde le opzioni di accessibilità sono tantissime, come è ormai prassi per i titoli Sony.

Il risultato finale di God of War: Ragnarok è un racconto intenso ed emozionante perfetto per chi si era già divertito con quello precedente. Ancora una volta è sorprendente come introspezione e violenza riescano stranamente a bilanciarsi, esattamente come succede in certa epica classica. Il mix di scorci fantastici e familiari, dramma e commedia, restituisce al giocatore tutta l’intensità non solo degli scontri fisici ma di quelli emotivi, in cui forse il potere più grande non è dividere a metà un gigante con un colpo d’ascia ma quello del perdono e del saper trovare un proprio equilibrio senza cercare di soffocare l’altro con i proprio desideri e le proprie ambizioni.