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Big Tech

La storia di quando Apple licenziò 4100 dipendenti dopo il ritorno di Steve Jobs

Steve Jobs alla Cause Conference del 1998
Steve Jobs alla Cause Conference del 1998 
Era il 1997. E Jobs era stato appena nominato 'consulente' del Ceo che all'epoca era Gil Amelio. Le mosse di Apple e del suo fondatore per risollevare le sorti del brand, sull'orlo del fallimento, possono insegnare qualcosa a Elon Musk. E far riflettere i detrattori del nuovo proprietario di Twitter
2 minuti di lettura

La schermata anni 90 del sito Cnn Money ci informa che il 14 marzo del 1997 “Apple Computer Inc. ha licenziato 4.100 dipendenti nel tentativo di salvare la tormentata azienda produttrice di computer”.

È successo 25 anni fa, “nel tardo pomeriggio di venerdì”. Lo stesso “late friday” che è costato caro a 3.700 impiegati di Twitter, messi alla porta dal nuovo proprietario Elon Musk.

Essere Elon Musk / 25: il primo incontro con Steve Jobs non finisce bene


Cose che accadono e che sono già accadute, insomma, come dimostra la storia - forse dimenticata - dei lavoratori Apple tagliati poche settimane dopo il ritorno in azienda di Steve Jobs, il visionario per eccellenza.

Insieme a Steve Wozniak, Jobs fonda Apple nel 1976 e contribuisce alla sua crescita fino al 1985, quando viene costretto a dimettersi dal consiglio di amministrazione dell’azienda.

Undici anni dopo, Apple si ritrova in condizioni economiche disastrose. È in quel periodo che i vertici dell’azienda decidono di acquisire per 400 milioni di dollari  NeXT, la società che Jobs aveva fondato nel 1985 a Redwood City, soltanto 31 km più a nord.

E così, a dicembre 1996, Jobs torna finalmente ad assaporare la sua mela. Ma i primi morsi sono amari. La riorganizzazione dell’azienda, già in corso, ha un impatto devastante sulla forza lavoro: ad aprile 1996 erano già stati tagliati 1.500 dipendenti dei 15.800 complessivi. A settembre 1996, altri 1.300. E a marzo 1997, appunto, un licenziamento di massa: 4.100 persone perdono il lavoro.

Cosa ci insegna di Steve Jobs la sua casa vuota


All’epoca Jobs ricopre in azienda il ruolo di ‘consulente’. Il volto che la stampa associa ai tagli è quello del Ceo Gil Amelio, che afferma: “Con questa ristrutturazione, e le conseguenti decisioni dolorose, vogliamo risolvere il problema delle risorse frammentate e della scarsità di risultati”.

Jobs insomma non è direttamente responsabile di quei tagli, ma è improbabile che non ne fosse informato. Anche perché, a marzo 1997, Amelio ha praticamente le ore contate. Quattro mesi dopo l’ennesimo risanamento sulla pelle degli impiegati, il consiglio di amministrazione lo liquida e assegna a Jobs il ruolo di Ceo provvisorio.

In quel momento Apple è davvero sull’orlo del fallimento, si dice che sarà venduta alla Sun Microsystems. Il valore di un’azione è inferiore ai 10 dollari.

La situazione è grave al punto che Michael Dell, fondatore del colosso Dell Technologies, all’epoca afferma: “Se fossi nei panni di Steve Jobs, chiuderei tutto e darei indietro i soldi agli azionisti”. Un’opinione non richiesta che, stando al ricordo di un ex impiegato Apple, Steve Jobs avrebbe commentato così: “Fuck Michael Dell”.

Quello di Dell non è l’unico attacco che riceve Steve Jobs. A maggio del 1997, mentre parla agli sviluppatori nel corso della WWDC che si tiene a San Jose, in California, Jobs viene aspramente criticato da un uomo in platea. “È tristemente chiaro che non sai nulla di molte cose di cui hai parlato”. E poi aggiunge: “Quando avrai finito, forse potresti spiegarci cosa hai fatto di concreto negli ultimi sette anni”.

All’accusa dello sviluppatore, Jobs risponde in modo pacato. Il passaggio più interessante del suo ragionamento, anche alla luce di ciò che sta avvenendo oggi al vertice di Twitter, è questo: “Verranno fatti degli errori, lungo il cammino. E va bene. Perché vuol dire che saranno prese delle decisioni. E poi troveremo gli errori e li aggiusteremo. Errori saranno fatti e qualcuno non saprà ciò di cui stiamo parlando, ma io credo che sia molto meglio di come erano le cose non molto tempo fa”.

Steve Jobs e il programmatore liquidato con il verso del tacchino


Sotto la guida di Steve Jobs, nei primi tempi, Apple taglia ancora. Il nuovo Ceo fa fuori - in un giorno solo - tutti i direttori generali a capo delle diverse aree dell’azienda, nel tentativo di liberare l’innovazione dalla morsa manageriale e di tornare a una coesione economica e organizzativa. Una mossa che in molti definiranno vitale per l'azienda.

Un anno dopo, nel 1998, nel commentare un’improvvisa impennata delle vendite e del fatturato di Apple, la testata Zdnet - dedicata a computer e nuove tecnologie - scrive che l'azienda di Cupertino ha ottenuto risultati ‘osannati’ anche grazie “al taglio, taglio e taglio delle risorse umane. Il numero complessivo dei dipendenti è ora 8.000, il più basso degli ultimi dieci anni”.

Don Crabb, l’autore dell’articolo, aggiunge: “Apple ha perso un gran numero di ingegneri talentuosi, di addetti alle vendite e di straordinari addetti al marketing che sarà difficile rimpiazzare”.

Sappiamo tutti com'è andata a finire. Anche l’enciclopedia Britannica, una delle più autorevoli in lingua inglese, alla voce Steve Jobs ha un paragrafo chiamato “Saving Apple”.