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Lavoro

Lo smart working rischia di diventare vittima della crisi

Lo smart working rischia di diventare vittima della crisi
In una fase difficile, molti alti dirigenti stanno ridimensionando le conquiste post-pandemiche, mentre l’attenzione si sposta tutta sugli aspetti economici
2 minuti di lettura

La fase delicata che l’economia globale sta attraversando mette in pericolo alcune delle più importanti innovazioni lavorative. Tra queste, potrebbe essere ridotta o addirittura cancellata l’adozione dello smart working, una delle soluzioni d’emergenza adottate durante il picco della pandemia che si pensava avrebbe trasformato per sempre il mondo del lavoro. 

Per quale ragione lo smart working – che garantisce ai lavoratori una maggiore flessibilità e un miglior equilibrio tra vita professionale e privata – dovrebbe venire penalizzato in questa fase, nonostante le ormai numerose prove della sua capacità di migliorare la produttività dei lavoratori e la possibilità di applicarlo anche in modalità mista, lasciando ai dipendenti alcuni giorni di lavoro in ufficio o consentendo loro di scegliere se recarsi o meno in ufficio? 

Da una parte può esserci il desiderio di tornare ad abitudini consolidate, interrompendo quella che è ancora una sperimentazione. Ciò che però emerge da una ricerca svolta da YouGov per conto di LinkedIn (intervistando oltre 3mila alti dirigenti in tutto il mondo) è che a mettere a rischio lo smart working siano anche gli interessi divergenti e contrastanti che, in questa fase d’incertezza, stanno emergendo a livello aziendale.

Per esempio, il 71% dei dirigenti intervistati afferma di essere convinto che le conquiste ottenute in fase pandemica saranno mantenute. Contemporaneamente, però, il 60% di loro pensa che queste stesse conquiste rischino di essere ridotte, cosa che ha effettivamente già in programma di fare oltre un terzo delle aziende. “È probabile che questa dissonanza derivi da un mancato allineamento tra le opinioni dei datori di lavori e il feedback da parte dei talenti che vogliono trattenere”, segnala la ricerca.

 

In poche parole, i dipendenti vogliono mantenere la libertà di lavorare da casa, ma le aziende reagiscono a questo desiderio in maniera poco lineare: in bilico tra la volontà di offrire condizioni attraenti e quella di tornare alla modalità più conosciuta e rassicurante.

 

Quando si parla di smart working, si vengono anche a creare necessità contrastanti. Come abbiamo visto, il lavoro da remoto è considerato a rischio dalla maggior parte dei dirigenti, che però – nel 40% dei casi e ovviamente anche a causa della crisi energetica – considera una priorità “ridurre il consumo energetico aziendale per risparmiare sui costi”: riduzione che potrebbe essere conquistata anche proprio applicando lo smart working oggi a rischio.

 

Gli aspetti economici sono, inevitabilmente, quelli prioritari anche per i lavoratori: oltre un terzo dei dirigenti ha infatti dichiarato che i propri dipendenti hanno chiesto supporto economico, mentre per quasi la metà dei top manager tra le priorità attuali c’è quella di essere finanziariamente preparati per i tempi difficili in arrivo. Ed è anche per questo che il 34% delle aziende italiane (e il 29% in Europa) ha già ridimensionato i propri piani di assunzioni e il 25% li ha completamente bloccati, mentre si riducono contestualmente i fondi allocati per la formazione. Insomma, quella che si sta venendo a creare è una fase d’instabilità che si riflette inevitabilmente – secondo la ricerca di LinkedIn, che fino al 30 novembre offre gratuitamente corsi di formazione su questi temi – su strategie a volte poco coerenti tra loro. 

C’è comunque la consapevolezza di non poter emergere dalle difficoltà solo tramite la riduzione delle spese e l’interruzione di alcuni esperimenti. Per il 29% dei dirigenti (percentuale comunque non molto elevata), la priorità è puntare sul miglioramento delle competenze e il reskill dei propri dipendenti, coerentemente con la consapevolezza, sottolineata nel report, che per i lavoratori “sarà ancora più importante possedere un titolo universitario per trovare opportunità di lavoro”. Aspetto particolarmente delicato in Italia, dove la percentuale di laureati è molto più bassa (20%) che nel resto dell’Unione Europea (32,8%).

 

Mentre ci si prepara ad affrontare una fase difficile e piena d’incertezze (e che rischia anche di arrestare alcune importanti innovazioni), le priorità per lavoratori e per le imprese sembrano comunque essere chiare: competenze, sostegno economico e stabilità finanziaria.