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Normative

Competenze digitali, l'Ue va a rilento: a rischio gli obiettivi del Digital Compass

Competenze digitali, l'Ue va a rilento: a rischio gli obiettivi del Digital Compass
Al ritmo attuale solo il 64% della popolazione disporrà di competenze di base contro l’80% previsto dal piano europeo. EIT Digital all’evento romano: “Serve la formazione digitale continua per consentire all’Europa di rispondere alla concorrenza di Usa e Cina”
4 minuti di lettura

C’è una questione al fondo del divario di competenze digitali dei cittadini europei: i programmi pubblici di istruzione. Secondo un rapporto di EIT Digital, infatti, serve una “rivoluzione delle competenze in Europa”. C’è bisogno di sistemi educativi adatti all’era digitale e di programmi integrativi che siano in grado di formare e riqualificare chi, da tempo, ha lasciato i banchi di scuola, ha cambiato più impieghi e magari è alla ricerca di uno nuovo. Per cui però non è pronto. EIT presenterà il rapporto alla Conference on the Future of Europe-EduTech Challenges in programma al Talent Garden di Roma Ostiense il 22 e 23 novembre.

A rischio gli obiettivi del Digital Compass

I numeri del rapporto sono chiari: il Digital Compass, il piano dell’Ue per il 2030 in campo digitale, punta per esempio a fornire ad almeno l'80% della popolazione adulta europea competenze digitali di base e impiegare 20 milioni di specialisti digitali nell'UE entro il 2030. Secondo l’analisi sarà un fallimento, almeno al ritmo attuale: “Senza un aumento sostanziale degli investimenti e delle innovazioni sul lato dell'offerta, la traiettoria attuale indica che entro il 2030 solo il 64% della popolazione raggiungerà almeno le competenze digitali di base (meno 16 punti percentuali rispetto all’obiettivo) e saranno impiegati solo 13,3 milioni di specialisti digitali (6,7 milioni in meno rispetto all’obiettivo)” spiega l’indagine di EIT Digital.

Le raccomandazioni: modernizzare i programmi pubblici di istruzione

Tre le raccomandazioni che ne escono, dopo un’attenta ricognizione dell’offerta di istruzione e formazione proposta su scala continentale da istituzioni pubbliche e private: l'intero sistema educativo pubblico europeo, dalle scuole primarie fino alle università, deve modernizzare i programmi di educazione digitale, in gran parte obsoleti se non dannosi. Bisogna cioè rimettere mano ai programmi di studio a tutti i livelli, dalle scuole primarie all’università, rendendoli più rispondenti all'evoluzione delle tecnologie e alle esigenze del mercato del lavoro. “Ciò richiede riforme organizzative e di governance per aprire i sistemi ai partenariati con la società civile - si legge - nonché investimenti tangibili nella connettività e in una nuova formazione per insegnanti e professori”.

 

Costruire una piattaforma unica per l’aggiornamento digitale

Secondo punto: le iniziative private di educazione digitale, che oggi vengono erogate in ordine sparso, dovrebbero trasformarsi in un'offerta complessiva di iniziative di competenze digitali complementari, più ampie e meglio coordinate. Per raggiungere anche il livello medio nella scala delle competenze digitali, i fornitori non governativi dovrebbero ampliare la portata della loro formazione sia in termini di argomenti che di obiettivi. I giganti hi-tech e altri attori privati dovrebbero offrire corsi che non siano solo strumentali al loro ecosistema tecnologico ma incidano davvero sul tessuto sociale. In collaborazione con le amministrazioni locali e con le istituzioni dovrebbero per esempio offrire borse di studio o altri schemi finanziari che aumentino in modo significativo il numero di partecipanti alla loro offerta formativa, talvolta troppo ristretta e dagli obiettivi contenuti, di pura immagine. A tal fine, sono necessari nuovi partenariati tra istituzioni educative, imprese, ong e governi. Il progetto di una Digital Academy europa promossa da EIT va esattamente in questa direzione: l’intenzione è lanciare un unico gateway attraverso cui diversi operatori della formazione europei possano erogare corsi e workshop per sviluppare le competenze digitali nei settori dell'IA, della sicurezza informatica e dei semiconduttori, temi chiave su cui troppi cittadini europei sono indietro.

Diva Tommei, chief innovation and education officer di EIT Digital a Italian Tech
Diva Tommei, chief innovation and education officer di EIT Digital a Italian Tech  

“La Nuova agenda europea per l’innovazione (Neia), adottata il 5 luglio 2022, mira a posizionare l'Europa in prima linea nella nuova ondata di innovazione tecnologica deep tech e start-up - spiega Diva Tommei, chief innovation and education officer di EIT Digital a Italian Tech - uno dei cinque pilastri della Neia è attrarre e trattenere i talenti in Europa puntando a formare 1 milione di talenti tecnologici. Non si tratta solo di un semplice annuncio, ma di qualcosa in più; il documento rilasciato dalla Commissione prevede delle azioni concrete da avviare tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023. Dunque, riteniamo che il progetto di Gateway europeo partirà a gennaio dell’anno prossimo e consisterà in un insieme di attività formative blended per sviluppare le competenze digitali rivolte a diverse categorie di pubblico, come piccole e grandi aziende, pubblica amministrazione, giovani, pensionati. Queste attività verranno erogate da diversi operatori della formazione europei, in primis l’Istituto europeo di tecnologia, e riguarderanno soprattutto i settori dell'IA, della sicurezza informatica e dei semiconduttori”.

Stringere la collaborazione a livello europeo, coinvolgendo più partner privati

Terza raccomandazione: è necessario organizzare meglio le iniziative, le reti e gli ecosistemi paneuropei delle competenze digitali per aumentare la qualità, l'efficienza e l'efficacia complessive. Per raggiungere gli obiettivi di competenze digitali del Digital Compass europeo in modo equo, inclusivo e sostenibile, e date le enormi sfide e i costi che ciò comporta, è necessaria una collaborazione a livello europeo. Le iniziative paneuropee devono dunque essere coordinate meglio, rafforzate, allargate al settore privato e in definitiva costruire un nuovo sistema di istruzione delle competenze digitali equo e accessibile in tutta l’Unione e oltre.

Di “digital divide” se ne parla da anni: chi ci lavora ha finalmente capito quale sia l'ingrediente giusto per consentire a milioni di persone di elevare la propria competenza? “Noi crediamo che tutti dovrebbero essere istruiti sulle nuove tecnologie e sul digitale - dice la manager - non abbiamo bisogno solo di tecnici esperti, piuttosto di un livello minimo di conoscenza a tutti i livelli della popolazione. Una formazione tecnica trasversale fatta a scuola che permetta poi alle persone di approfondire settori specifici per specializzarsi in una certa professione. L'insegnamento di materie come la cybersecurity e l'IA nelle scuole primarie e secondarie deve diventare uno standard. Perché questo avvenga bisogna però che ci sia la volontà e la visione da parte degli organismi statali preposti. Noi facciamo la nostra parte nell’EIT offrendo percorsi di Master School in materie Stem per gli universitari, di professional school per chi già lavora, oltre a corsi online fruibili da tutti sempre”.

Questo anche perché se l’Europa non risponde alla sfida dei mestieri digitali e informatici, anche alla luce dell'ondata di licenziamenti nelle big tech che stanno redistribuendo importanti risorse umane nelle nuove startup e nella finanza statunitense, rischia grosso: “Il rischio maggiore che corre l’Europa, se non forma la propria popolazione per essere al passo dei cambiamenti tecnologici, sia dal punto di vista professionale che da quello del semplice utilizzo di strumenti digitali nella vita quotidiana è quello di perdere rilevanza dal punto di vista socio-economico - conclude Tommei - infatti, sia gli Usa che la Cina sono già più avanti in alcuni settori chiave, come l’intelligenza artificiale e la cybersecurity. L’afflusso di lavoratori lasciati a casa dalle big tech può essere una opportunità importante per l’Europa di intercettare forza lavoro qualificata, ma quello su cui l’Ue deve puntare nei prossimi anni è la formazione digitale continua. Questa deve iniziare nelle scuole con corsi trasversali sulla programmazione, prototipazione hardware e software, sulle implicazioni sociali, economiche ed ambientali dell’uso delle tecnologie, e deve poi continuare ad essere erogata da istituti pubblici come l’EIT attraverso programmi di up-skilling e re-skilling per non lasciare mai nessuno indietro. Con le sue ottime università, disponibilità di infrastrutture e buon livello di istruzione di base l’Europa ha tutte le carte in regola per brillare”.