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Tech Test

Pentiment, il videogioco sul Rinascimento che andrebbe insegnato nelle scuole

Pentiment, il videogioco sul Rinascimento che andrebbe insegnato nelle scuole
Un piccolo paesino bavarese, un artista inquieto e un videogame che soddisferà la voglia di storia, intrighi e bellezze artistiche. Ma che potrebbe non essere per tutti
4 minuti di lettura

Pentiment inizia chiedendo di cancellare con una pietra pomice il testo di un libro miniato, un gesto simbolico sotto molti punti di vista che fa presagire i molti piani di lettura di questo videogioco, disponibile per PC e Xbox Game Pass e sviluppato da Obsidian da un team di sole 13 persone.

Da una parte c’è l’usanza tipicamente medievale di cancellare testi ritenuti obsoleti o sconvenienti per utilizzarne la preziosissima carta per copiare altri volumi, una pratica che oggi potremmo considerare sacrilega visto il valore storico dei documenti, ma che all’epoca era l’equivalente di fare spazio su un disco rigido. Cancellare qualcosa dalla storia e dalla memoria per fare spazio al nuovo, ad altro a un’altra storia da raccontare.

Dall’altra c’è il tramonto di un modo di concepire il libro, ovvero come un oggetto raro, spesso unico, scritto a mano con caratteri elaborati e miniature, che verrà soppiantato dalla stampa a caratteri mobili in un mondo che sta cambiando.

Il gioco è ambientato nel Sedicesimo secolo: Martin Lutero ha da poco affisso le sue tesi alla chiesa del castello di Wittenberg, i contadini di tutta Europa sono un po’ stanchi di farsi vessare e la scienza rivela ogni giorno portenti e mette in dubbio le verità della Chiesa. Vivremo insomma un momento che per certi versi ricorda quello di oggi, caratterizzato da grandi sconvolgimenti sociali, civili e scientifici.

In questo contesto, il nostro alter ego, l’artista, miniatore e aspirante maestro Andreas Maler, si troverà invischiato in mezzo a un intrigo che dura per anni e che ruota attorno alla cittadina di Tasssing e alla sovrastante abbazia di Kiersau, in Baviera. Suo (e quindi nostro) sarà il compito di risolvere una serie di misteriosi omicidi, tenendo a bada le varie personalità cittadine, dall’abate ai capipopolo passando per ricchi mercanti e suore visionarie, cercando di fare la cosa giusta e gestendo nel frattempo il proprio mondo interiore e le tribolazioni di una vita d’artista.

Le sue scelte forse non cambieranno il corso della storia, quella che si mangia tutto e resta fissata nella pietra e nelle cronache, ma decisamente cambieranno le storie dei personaggi di Tassing, il loro futuro, le loro interazioni nell’arco dei 25 anni in cui la visiteremo. Anche perché non potremo fare tutto, le ore del giorno scandiranno le nostre decisioni e parlare con qualcuno spesso vuol dire non poter raccogliere prove altrove.

Pentiment è il classico videogioco che un conoscitore del settore sbatte in faccia a quelli che ritengono il medium ancora legato a logiche infantili e a titoli violenti o che necessitano particolare coordinazione mano occhio. Di fatto non è mai stato così, ma Pentiment lo ribadisce ancora una volta e lo fa con una classe rara: se state pensando a Il Nome della Rosa o I Pilastri della Terra, siete assolutamente sulla buona strada.

Sulla superficie ci troviamo di fronte alla classica avventura punta e clicca in cui leggere molti dialoghi e cercare di trovare gli indizi giusti, spostandosi in giro per la città e nei suoi dintorni. A volte gli indizi e i fili della narrazione potranno mandarci in confusione, soprattutto quando dovremo ricordare tutte le facce e i nomi, ma per fortuna il taccuino di Andreas è sempre pronto a ricordarci chi è chi e cosa dobbiamo fare. 

Ciò che rende Pentiment uno dei giochi più belli dell’anno è la capacità di mescolare testo e immagini e il piano letterario con quello scientifico, perfettamente in linea con l’insegnamento delle arti liberali basato su Trivio e Quadrivio. Uno dei punti di forza del gioco è ovviamente l’idea di mostrare il tutto con una veste grafica che ricorda i testi miniati. Anzi, l’interno di uno di essi. Tutti i personaggi sono bidimensionali, ripresi di profilo o al massimo di tre quarti. I più giovani sono disegnati con un tratto vivo, quasi infantile, mentre le persone anziane sono vagamente scolorite, come fossero consumate dal tempo.

Quando compaiono cenni storici, basta cliccarci sopra per allargare il campo e mostrare le note a pie’ di pagine in cui si spiega (per esempio) cosa si intendeva per Dieta, cosa è la Compieta o chi era San Maurizio. Ma il vero capolavoro è rappresentato dall’uso che Obsidian fa dei font, sfruttati per mostrare il modo in cui Andreas considera le persone che ha di fronte: se a parlare è un contadino, le sue parole saranno vergate a mano, con contorni rozzi e refusi che vengono corretti subito dopo; quando parla una figura ecclesiastica, ecco che arrivano i caratteri gotici, mentre lo stampatore del paese ovviamente utilizza i caratteri mobili e così via. Il mezzo diventa letteralmente il messaggio, come recita la celebre frase di McLuhan.

In mezzo a tutto questo ci siamo noi, che decideremo non solo l’evolversi della storia, ma anche il passato narrativo di Andreas, scegliendo se interpretare un licenzioso giramondo che è passato per Firenze e si affida alle sue conoscenze esoteriche o un amante della logica e della retorica.

Al di là dell’ottima scrittura e delle geniali soluzioni estetiche, ciò che rende Pentiment un esempio da mostrare è che la sua capacità di calarci alle soglie dell’epoca moderna e trattare la storia dell’Europa come se fosse la narrazione e il background di un gioco di ruolo fantasy (quella che, usando un termine inglese, viene chiamata lore), ci permette di acquisire nozioni su un periodo storico cruciale in maniera naturale. E anzi non sarà strano se, una volta finito di giocarci, vi ritroverete improvvisamente a mettere nel carrello di Amazon libri sull’argomento.

Pentiment andrebbe giocato nelle scuole e ne avremmo bisogno per ogni periodo storico, anche per ricordarci quanto la storia sia cosa viva, mutevole e fatta non solo dai grandi personaggi, ma dalle persone di tutti i giorni, quelle che spesso non vengono nominate e che al massimo ritroviamo nei documenti che ci lasciano per puro caso: è una storia viva, che possiamo abitare e fare nostra.

Forse più di tutto, Pentiment parla di memorie, testi, di quanto gli spazi che abitiamo siano il palcoscenico di qualcosa di più grande che si muove attorno a noi, anche quando non ce ne rendiamo conto. Ci ricorda che quello che sappiamo non è tutto, che c’è sempre un altro punto di vista, c’è sempre qualcuno che manipola la verità, c’è sempre una lotta per superare disuguaglianze sociali ed economiche nascoste dietro presunti diritti e religioni. E in mezzo a tutto questo possiamo spesso solo cercare di galleggiare nella vita, illudendoci di avere un controllo, che spesso altro non è quel momento di pace tra le varie pulsioni che popolano la nostra anima.