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La Nasa: entro il 2030 gli astronauti potranno vivere lavorare sulla Luna

La Nasa: entro il 2030 gli astronauti potranno vivere lavorare sulla Luna
(reuters)
È la dichiarazione fatta qualche giorno fa alla Bbc da Howard Hu, program manager della capsula Orion. Ma sulla base lunare non ci sarà posto per comuni cittadini: solo gli scienziati delle missioni spaziali potranno rimanerci per periodi di tempo più o meno lunghi
5 minuti di lettura

Entro il 2030 astronaute e astronauti vivranno e lavoreranno sulla Luna. La notizia sta facendo il giro del web, ovviamente semplificata rispetto alla dichiarazione fatta qualche giorno fa alla Bbc da Howard Hu, program manager per la Nasa della capsula Orion, quella che l’11 dicembre, quando in Italia saranno le 18:40, con un tuffo nell’Oceano Pacifico concluderà Artemis 1, la missione inaugurale della nuova avventura lunare dell’umanità.

Tant’è: la frase di Hu rimbalza sui media di mezzo mondo, suscita clamore, ironia, sarcasmo. Spesso in una versione a favor di chiacchiericcio, ridotta a un “vivremo sulla Luna entro dieci anni” che riporta poco e male quel che Hu è stato chiaro nel definire un obbiettivo della Nasa, qualcosa su cui l’agenzia spaziale statunitense “sta lavorando”.

No, nel 2030 cittadini ordinari o famigliole non passeggeranno fra le lande lunari come fosse una gita fuoriporta qualsiasi, e nemmeno esisteranno città dove trascorrere vacanze esotiche, ma sì, la Nasa, i suoi partner internazionali – Italia compresa -, e diversi attori extra-europei – in primis la Cina, che ha già annunciato di voler realizzare con la Russia ed entro il 2036 la International Lunar Space Station, una base sulla superficie selenica deputata a operazioni robotiche – oggi stanno già lavorando per fare in modo che robot, astronaute e astronauti possano operare sulla superficie selenica con regolarità.

È proprio questo lo scopo del programma Artemis: concretizzare una permanenza continuativa dell’essere umano sul satellite terrestre. Un obbiettivo che, come detto, vede schierata anche l’industria spaziale italiana per realizzarlo quanto prima: alla Ministeriale dell’Agenzia spaziale europea (l’Esa) conclusasi a Parigi il 23 novembre, l’appuntamento che decide e finanzia l’agenda spaziale continentale per i tre anni successivi, l’Italia è diventata la prima sottoscrittrice del programma Argonaut (El3), un lander logistico da una tonnellata e mezzo che supporterà l’attività dei pellegrini lunari. Ha anche attivato Moonlight, per sviluppare sistemi di telecomunicazione e navigazione lunare, un programma adesso a prevalenza italo-inglese (e di cui la capofila nazionale è Telespazio). Anche Enel sta sviluppando progetti per la produzione e la distribuzione energica sul nostro satellite. Già in fase avanzata, invece, negli stabilimenti torinesi di Thales Alenia Space, è il lavoro sul modulo abitativo europeo (I-Hab Module) del Gateway, la base in orbita cislunare che farà da supporto alle missioni sulla superficie, con l’obbiettivo di diventare un hub per l’esplorazione dello spazio profondo.

“Certamente, in questo decennio – ha detto Hu alla giornalista Laura Kuenssberg - avremo persone che vivranno lì [sulla Luna, ndr] per lunghi periodi di tempo, a seconda di quanto decideremo di rimanere sulla superficie. Invieremo persone, ci vivranno e faranno scienza”

Nulla di cui stupirsi, dunque: lo conferma proprio Artemis 1, che, è bene ribadirlo, non ha un equipaggio a bordo, a parte il pupazzo Shaun the Sheep, dell’Esa, due torsi (Helga e Zohar) e un manichino per il monitoraggio delle vibrazioni e di altri parametri. La missione che si concluderà domenica ha infatti un obbiettivo principale: qualificare tutti i sistemi coinvolti, cioè provare che qualsiasi cosa, dalla rampa sulla Terra alla capsula Orion nello spazio, funzioni come progettato, e quindi inaugurare il programma, battezzato come la divina gemella di Apollo, deputato, sì, a portare la prima donna e il prossimo uomo sulla Luna, ma alla terza missione, Artemis 3, a oggi prevista non prima del 2025.

Dopo quel primo equipaggio è programmato che in molti tornino con continuità sulla Luna, questa volta, come da tempo proclamato dalla Nasa e ribadito proprio da Hu, “per restarci”, cioè per rimanere più dei pochi giorni di permanenza delle missioni Apollo, che dal luglio del 1969 al dicembre del 1972, esattamente cinquant’anni fa, portò 12 uomini a camminare su un suolo extra-terrestre.

Significa, in sostanza, che Hu si è riferito a tappe già note del programma Nasa. Come suggeriscono i più scettici, memori dei ritardi accumulati fino a qui, è al limite sul rispetto del calendario che sarebbe opportuno concentrarsi, visto che la sfida è ardua, i tasselli da mettere al loro posto numerosi e, punto sostanziale, Artemis dovrà anche insegnare a spingersi oltre la Luna: “Il prossimo obiettivo sarà Marte” - ha sottolineato il program manager di Orion – “e le missioni Artemis saranno davvero importanti per imparare lontano dall’orbita terrestre”.

 

Il futuro di Artemide… e dei cittadini lunari

Posto che i dati di Artemis 1 saranno cruciali per fissare le tempistiche e ridurre i costi del programma – stimati in 95 miliardi di dollari già entro il 2025, uno degli elementi su cui la polemica, negli Stati Uniti ma non solo, si è accanita di più - Artemis 2 è al momento prevista per la fine del 2024. A oggi non si conosce la composizione del suo equipaggio. È certo che a bordo della Orion, insieme con quelli che la Nasa selezionerà fra i suoi candidati (annunciati nel 2020), ci sarà anche una o un astronauta dell’Agenzia spaziale canadese, e che l’Esa ha un accordo con l’ente americano per il coinvolgimento di tre europei nelle future Artemis. A settembre il direttore generale dell’agenzia europea, l’austriaco Josef Aschbacher, ha annunciato che la scelta dei primi pellegrini lunari europei interesserà gli astronauti reclutati nel 2009, sette veterani fra i quali ci sono anche Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano.

Nemmeno con Artemis 2, però, gli astronauti alluneranno. Come fu per l’Apollo 8, l’equipaggio si limiterà a orbitare attorno alla Luna a fare una nuova serie di test per poi concludere la missione con l’ammaraggio. 

Come previsto dal programma Human Landing System, per riportare l’umanità sulla superficie lunare con Artemis 3 occorrerà prima ultimare una versione modificata della Starship di SpaceX, gergalmente indicata come “Moonship”, che attraccata alla Orion fungerà da lander. Per il suo sviluppo, l’azienda di Elon Musk dispone di un finanziamento di poco inferiore ai tre miliardi di dollari, a seguito di un appalto vinto dopo una disputa legale: persa la gara, infatti, nell'aprile del 2021 Jeff Bezos e la sua Blue Origin denunciarono la Nasa per aver scartato un secondo fornitore. Ci vollero sei mesi e la sentenza di rigetto del giudice Richard Hertling, della US Court of Federal Claims, per affidare in via definitiva la commessa a SpaceX, un ritardo che potrebbe ripercuotersi sul calendario di Artemis. Intanto, affinché l’allunaggio sia possibile, è necessaria una lunga serie di test, a partire da primo volo orbitale di Starship, previsto entro febbraio del 2023 (sebbene in molti scommettano che Musk farà prima).

Fra i passi successivi, due sono particolarmente importanti: il primo è la realizzazione di una cisterna da lanciare in orbita terrestre, dove è previsto che le Moonship si riforniscano prima di raggiungere la Luna. Senza avere indicato quando, SpaceX ha fatto sapere che lo space tank sarà portato in orbita e riempito di propellenti da una serie successiva di missioni.

L’altro test fondamentale per Artemis sarà un allunaggio di prova senza equipaggio, al momento programmato entro la fine del 2024. A questo proposito, lo scorso 23 agosto, durante l’incontro annuale del Lunar Exploration Analysis Group della Nasa, sono state rese pubbliche alcune novità: Lisa Watson-Morgan, manager del Hls, ha spiegato che la prima prova di allunaggio non implicherà il decollo successivo della Moonship. Come scritto da Jeff Foust di Spacenews.com, sarà per questo utilizzato uno “scheletro” del lander, cioè una versione dotata solo delle componenti necessarie alla discesa, con i (troppo) potenti propulsori Raptor montati a metà altezza per evitare che scavino la superficie lunare durante l’avvicinamento, e zampe di atterraggio adattate per impedire agli oltre 50 metri di Starship di sprofondare o rovesciarsi. Eventualità questa che, per non comprometterle, potrebbe dislocare il test lontano dalle 13 zone candidate al prossimo sbarco umano, annunciate dalla Nasa a metà agosto.

Se tutto filasse come da programma, la Starship o un veicolo di un altro fornitore selezionato da una futura gara di appalto potrebbero anche consentire i collegamenti con il Gateway, di cui si prevede il lancio dei primi moduli - il Power and Propulsion Element e l'Habitation and Logistics Outpost - non prima del novembre del 2024.

Solo se tutte queste tappe saranno superate con successo si potrà stabilizzare una permanenza umana sulla Luna e quindi realizzarci un insediamento, quello che all’inizio del suo mandato Josef Aschbacher battezzò “Moon Village”. Non è (più) fantascienza e men che meno una boutade di Hu alla Bbc. È solo uno dei traguardi più ambiziosi del genere umano.