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Dal vostro inviato al fronte

 Dal vostro inviato al fronte
(reuters)
4 minuti di lettura

E’ appena uscito il nuovo album di Bruce Springsteen: si intitola “Only the strong survive” (Solo i forti sopravvivono) ed è un gradevole album di cover di vecchie canzoni soul.

Dopo ciò che è successo questa settimana nell’universo crypto potrei affermare che un disco con questo titolo giunge sul mercato con un tempismo incredibile.

In principio, come ricorderete, fu Celsius. Quindi il terremoto di Terra/Luna/UST. Seguono Voyager e il fondo 3AC. Tanti miliardi in fumo in poche settimane.

Poi, nei giorni scorsi, arriva la bomba di FTX, di cui perfino i quotidiani generalisti hanno parlato (non proprio in modo chiaro, diciamo, ma ne hanno parlato). E, a ruota, Alameda Research. Finita qui? Macché: BlockFi sospende le operazioni, come fece il suo diretto concorrente Celsius mesi fa. Ora, mentre scrivo, su Twitter girano le voci più disparate su diverse aziende crypto ai possibili titoli di coda (nomi grossi del settore, tutte più o meno interconnesse ad Alameda e FTX. Ma forse è solo speculazione mediatica – chissà).

In meno di sei mesi gran parte dei soggetti crypto centralizzati sono implosi – lasciando sul terreno morti e feriti e tanti dubbi legittimi su questa industria. Come che sia, in meno di un semestre il mondo crypto ha cambiato completamente volto, lasciando di stucco e in braghe di tela clienti, curiosi e appassionati, e senza lavoro migliaia di dipendenti.

Tutte queste morti improvvise si può dire che abbiano avuto una causa comune: modelli di business opachi, deliberata mancanza di trasparenza nei confronti dei clienti e del mercato, voracità per guadagni facili, veloci, enormi grazie anche al ricorso a livelli spesso giganteschi di leva e a token di dubbio (eufemismo) valore.

Prendiamo FTX, il quarto più importante exchange centralizzato al mondo. Il suo fondatore, Sam Bankman-Fried (che suona più o meno come Samuele Bancario-Fritto..) ora indagato dalla SEC, aveva creato anche Alameda Research, un crypto hedge fund (profilo di rischio altissimo) poi gradualmente trasformatosi in market maker (coloro che danno liquidità alle borse e, in crypto, agli exchange centralizzati). Guarda caso Alameda forniva liquidità anche a FTX che, in virtù della stretta parentela, gli garantiva visibilità sui suoi scambi con micro anticipi rispetto ai suoi concorrenti. Micro, ma sufficienti per garantire ad Alameda guadagni enormi.

Per pompare il tutto, FTX negli anni scorsi lancia poi un proprio token, chiamato FTT. Tutti gli investitori di FTX ne possiedono a bizzeffe, a partire da Binance, l’exchange centralizzato più grande al mondo. La ragione é che, a suo tempo, CZ, il fondatore di Binance e Sam, quello di FTX, erano amici e il primo volle aiutare il secondo. Recentemente, tuttavia, quest’ultimo in una serie di attività di lobbying in America pare abbia in qualche modo parlato male di Binance e CZ, si è arrabbiato, twittando che si sarebbe liberato di tutti i suoi token FTT. Ne possedeva per 2 miliardi di dollari. Detto, fatto. Tanto, per Binance, due miliardi sono davvero poca roba.

Altri sostengono che la ragione della vendita immediata dei token FTT da parte di Binance fosse in realtà un’altra: un report di Coindesk (la più autorevole fonte d’informazione crypto al mondo – sì, certo, a parte il nostro blog..) del 2 novembre, che evidenziava come poco meno della metà degli asset di Alameda Research fossero in realtà rappresentati da token FTT: un fulmine a ciel sereno per la prima azienda del fondatore di FTX che solo due mesi fa stava cercando di raccogliere 1 miliardo di dollari in equity a 32 di valutazione. Se è davvero così, se Alameda è messa così male, allora FTT non vale più niente, dunque meglio disfarsene alla svelta, avrà pensato CZ.

Oppure avrà pensato: quelli di FTX/Alameda parlano male di Binance? Se Coindesk dice il vero è sufficiente far crollare il valore di FTT e sono spacciati. Qualunque sia stato il movente, CZ ha venduto tutto e subito.

A quel punto, in poche ore chiunque in possesso di token FTT ha iniziato a sua volta a vendere, creando ancora una volta il panico. In parallelo, chiunque avesse acquistato crypto su FTX lasciandole in deposito, si affrettava a ritirarle: 5 miliardi di dollari in controvalore ritirati in una sola giornata.

Era la fine per FTX. Il suo fondatore chiede a CZ di aiutarlo ancora una volta, acquistando il suo exchange. Gratis, pur di salvarlo. CZ accetta di firmare un accordo non impegnativo. Inizia la due diligence, cioè il controllo dei conti, e in meno di 24 ore vengono fuori problemi enormi nel bilancio di FTX, di fatto la conferma di quanto anticipato da Coindesk. L’accordo salta.

A quel punto salta anche Alameda Research: come detto, metà dei suoi asset, che ammontavano a circa 12 miliardi, erano in token FTT, che nel frattempo non valevano quasi più niente, e c’erano comunque circa 6 miliardi di passività. Salta poi fuori che nel recente passato FTX aveva girato ad Alameda l’equivalente in crypto di circa 4 miliardi di dollari, per tentare di tenerla a galla: una cosa chiaramente di dubbia legalità o, quantomeno, di opportunità.

Ma Binance e Alameda non erano i soli a possedere ingenti quantità di token FTT. Come detto, tutti i suoi investitori ne avevano a bizzeffe. Per dire, ne aveva per 200 milioni di dollari Sequoia, il più importante fondo di venture capital del mondo, che in meno di 24 ore ha portato a zero il valore della sua partecipazione, lanciando un segnale inequivocabile.

Soprattutto, ne erano zeppi molti altri soggetti centralizzati, già incerottati dopo la loro difficile sopravvivenza ai terremoti Celsius e Terra. Tutta gente che prestava enormi masse crypto ad Alameda, ormai incapace di restituirle. Gente che si è ritrovata in poche ore con buchi di bilancio enormi, anche perché nel frattempo il valore di Bitcoin, Ethereum e delle altre crypto, come sempre succede in questi casi, ne ha risentito parecchio.

Già dopo il crollo di Celsius si disse che la CeFi (le aziende crypto centralizzate) era finita. Ora, dopo FTX, Alameda e tutti gli altri che stanno crollando come birilli, si può dire che la sua stagione sia finita per sempre. Si son fatti male da soli.

Resta in piedi, e a quanto pare in ottima salute, Binance. Restano vivi, ma non si sa quanto effettivamente vegeti, gli altri principali exchange centralizzati, come gli americani Coinbase e Kraken, e poco altro.

Come già ebbi modo di scrivere al tempo del crollo di Celsius, tutte queste aziende funzionavano sul principio (opaco, poiché indicato nemmeno troppo chiaramente nel Terms & Consitions che nessuno legge) che gli asset digitali che i clienti lasciavano sulle loro piattaforme potevano essere da esse utilizzati in libertà, come fanno le banche con i soldi che noi depositiamo sui nostri conti correnti.

Questa deliberata mancanza di trasparenza nei confronti dei clienti e del mercato era chiaramente alimentata da una voracità di fondo per guadagni facili grazie anche al ricorso a livelli elevati di leva e a token di dubbio (eufemismo) valore.

Queste enormi masse di crypto sono state usate in modo aggressivo e spesso spavaldo: quando i mercati giravano per il verso giusto il risultato era una impressionante quantità di guadagni. Quando le cose si sono messe a girare al contrario, è arrivata, rapidamente e senza troppo preavviso, la fine.

Chi esce dunque vincitore da questa battaglia? Qualcuno dice Binance, ormai senza concorrenti o quasi: Coinbase e Kraken non hanno la forza per contrastarlo effettivamente.

Io credo che abbia vinto soprattutto la trasparenza rappresentata dalle attività su blockchain: Uniswap, l’exchange decentralizzato per eccellenza, non è mai stato tanto popolare. Ha successo perché è un software che fa niente di più o di meno di ciò che deve fare, al contrario di tutti questi soggetti centralizzati che ne hanno combinate più di Bertoldo.

Se spariscono tutti i soggetti centralizzati basati su modelli opachi è solo un bene per chi crede nel valore più autentico di crypto: la trasparenza data dalla decentralizzazione.

Pare sia proprio così: only the strong survive.