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Quindi per le crypto è finita?

Quindi per le crypto è finita?
4 minuti di lettura

Lo ricordo come se fosse oggi: pochi giorni dopo lo scoppio della cosiddetta ”bolla dotcom” persone che fino al giorno prima ci portavano (portavano noi delle prima ondata delle startup italiane) in palmo di mano, improvvisamente ci evitavano. Una persona piuttosto in vista della Torino che conta(va), sempre prodigo di complimenti, un mattino che seguiva il crollo del Nasdaq, vedendomi da lontano, cambiò marciapiede nel tentativo di far finta di non vedermi e dunque di non dovermi salutare, suppongo per imbarazzo, come se la bolla l’avessi fatta scoppiare io (LOL).

 

Dalla sera alla mattina eravamo diventati degli appestati

Fu divertente assistere a tutto ciò: provò che la gente non esperta di un determinato settore – e non si può oggettivamente essere esperti di tutto – tende a fare di tutta l’erba un fascio al presentarsi di notizie più o meno catastrofiche relative ad un mondo specifico.

Qualcosa del genere sta succedendo anche adesso: sviluppatori software che fino a qualche mese fa avrebbero pagato per lavorare in un’azienda crypto oggi evitano a volte perfino di fare colloqui, molti amici mi chiamano spaventati per sincerarsi “che vada tutto bene”, altri per sapere se il settore crypto è morto e i loro bitcoin sono da buttare.

 

Vorrei tranquillizzare tutti: va tutto bene

Chi, come noi, ha scelto in tempi non sospetti un modello basato sulla trasparenza, in momenti come questo vede numerose opportunità . Ma sappiamo bene che non è sempre domenica e che quando diluvia anche chi è ben munito di ombrelli e impermeabili può bagnarsi.

 

La situazione, per contro, è decisamente peggiore per chi ha pensato che il sole avrebbe luccicato per sempre, ovvero buona parte delle aziende CeFi, le imprese (per definizione) centralizzate che in qualche modo usano crypto, per loro natura decentralizzate, per replicare, spesso in modo opaco quando non torbido, certi modelli della finanza classica.

Come tutto sappiamo, è successo prima con Celsius, poi con BlockFi, quindi con 3AC, FTX e Alameda e diversi altri. Mentre scrivevo il post precedente mi arrivavano voci insistenti di crescenti difficoltà per importanti soggetti centralizzati, come ad esempio Genesis Trading. Decisi di non parlarne perché un conto sono le notizie e un altro i gossip poco controllabili.

Purtroppo alcuni di questi gossip si stanno trasformando in notizie mentre scrivo, e le notizie potrebbero peggiorare.

Digital Currency Group (d’ora in poi DCG) possiede Genesis Trading e Grayscale, due cryptogiganti. DCG deve 1.1 miliardi di dollari alla sua controllata Genesis Trading (ma qualcuno parla di mezzo miliardo e non si capisce bene chi abbia ragione) la quale, senza quei soldi, fallisce. Perché? Semplice: è uno dei soggetti crypto centralizzati più importanti al mondo e dunque esposta, nel bene e nel male, a tutte le onde del settore. In questo caso, nel male: il suo bilancio  ha collezionato buchi giganti a causa dei crolli delle settimane e dei mesi scorsi. E qui bisogna capire bene una cosa: tutti questi soggetti centralizzati hanno creato nel tempo una specie di club informale, prestandosi “soldi” a vicenda e rimanendo dunque ingarbugliati in mille operazioni (spesso a forte leva) tra loro legate: ovvio che se salta uno, un po’ di fango finisce sugli altri e quando il fango diventa tanto son dolori per tutti, a cascata. Che poi è ciò che sta succedendo ora.

Dunque Genesis Trading, che nel frattempo da giorni ha bloccato i prelievi, ha bisogno di quel miliardo virgola uno ( o di mezzo miliardo), altrimenti fallisce e si tira dietro tutto il mercato. Ma DCG a quanto pare non li ha. Hanno chiesto, come sempre fanno tutti, aiuto a Binance, che ha detto no grazie.

In parallelo DCG, come detto, è proprietario anche di Grayscale che opera con due Trust crypto – uno in bitcoin e l’altro in Ethereum – qualcosa di molto vicino ad un ETF: i clienti delle banche che non vogliono possedere direttamente crypto possono acquistare quote di questi prodotti ed avere dunque una esposizione indiretta a bitcoin ed Ethereum. Il problema è che le azioni di questi due Trust oggi valgono circa il 45% in meno dell’ammontare dei loro asset, segno che il mercato deve aver capito come stanno le cose da quelle parti.

Se dunque DCG non dovesse trovare i soldi per Genesis Trading, quest’ultima potrebbe saltare. Per evitare il crash DCG potrebbe far vendere a Grayscale parte dei 10 miliardi di dollari di bitcoin e 3 miliardi di Ethereum, ovvero gli asset dei suoi due Trust, cosa che però metterebbe quest’ultima in una situazione piuttosto allucinante nei confronti dei suoi clienti. Morale: prepariamoci ad un'altra non auspicabile ma possibile debacle che, se dovesse avvenire, creerebbe non pochi problemi a diversi altri soggetti legati quanto meno a livello operativo alle aziende del gruppo DCG.

Mentre scrivo non è per niente chiaro cosa succederà veramente. L’auspicio scontato è che DCG trovi il modo per non far crollare il suo castello. Ma i tweet in senso avverso sono molti e non lasciano tanto tranquilli, diciamo. E tutto ciò fa e farà ulteriormente scendere il valore di bitcoin e le sue sorelle. Potrebbe essere uno splash epocale.

 

Perché dunque dovrei essere ottimista?

Lunedì in una bella sala della Camera dei deputati ho preso parte al convegno promosso dall’associazione Cryptovalues sul tema: “Quali regole e condizioni per uno sviluppo delle crypto-attività in Italia?”, alla presenza di buona parte degli esponenti del settore italiano, di personalità di Banca d’Italia, Consob, OAM e di top manager di importanti banche. Tra le cose interessanti emerse ne segnalo tre: il bisogno di trasparenza e regolamentazione, l’auspicio che l’industria trovi presto ragioni d’utilizzo delle crypto che vada oltre i modelli speculativi alla base dei crolli del 2022 e la convinzione di qualcuno dei presenti sul fatto che saranno i soggetti bancari a “salvare” le crypto, ovvero a dar loro un nuovo impulso, la ragione essendo che nessuno meglio delle banche sa fare il mestiere di validazione e calcolo del rischio.

Se dunque sommiamo questi tre elementi e schiacciamo il tasto FF (avanti veloce), potremmo trovarci in effetti nel giro di pochi anni in una situazione regolata in cui gli investitori sono più protetti di oggi sui rischi correlati alla loro adozione di asset digitali e dove i principali player crypto saranno le banche, che passeranno dalla fase in cui hanno evitato o combattuto i digital asset a quella in cui li potranno offrire ai loro clienti assieme ad una serie di servizi correlati, quelli di custodia in primis.

Può essere benissimo. Al lato opposto di questa visione, opposto ma non antitetico, ci sarà un significativo rafforzamento delle attività trasparenti, dunque decentralizzate, dunque on-chain: anche se da fuori può sembrare il contrario, crypto e DeFi sono più forti che mai nella loro essenza di entità indipendenti e resistenti a censura.

E’ dunque un bene che i soggetti opachi, superficiali e avidi vengano spazzati via: raccolgono ciò che hanno seminato. Spiace per chi ci è rimasto impigliato ma, come sempre in questi casi, meglio tardi che mai.