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Maroni, il ministro del wifi libero

Maroni, il ministro del wifi libero
(fotogramma)
1 minuti di lettura

È morto Roberto Maroni, e non occorre essere leghisti per avvertire un dispiacere. Era una persona gentile non solo negli ultimi anni di vita, alle prese con una malattia implacabile ma anche quando ebbe occasione di esercitare molto potere, prima da ministro dell’Interno e poi da presidente della Lombardia.

Maroni non ha mai smesso di essere gentile e di provare ad accorciare le distanze politiche con gli altri, che spesso c’erano, con un sorriso. Era appassionato di digitale e si è dato da fare per diffonderlo anche se non sempre con successo, come quando si imbarcò in un maxi acquisto di 24mila tablet per far votare i lombardi al referendum sull’autonomia; dopo il voto erano destinati alle scuole, ma troppo tardi ci si accorse che erano inadeguati. Soldi buttati, sostanzialmente.

Ma in questa sede di Maroni vorrei ricordare altro. La battaglia vinta per il wifi libero. In Italia il wifi pubblico è stato a lungo vietato per via di una norma che porta il nome di un ministro dell’Interno berlusconiano, Beppe Pisanu. La norma era stata approvata come reazione a due attentati terroristici in Europa, l’idea era che i terroristi potessero comunicare più facilmente usando gli Internet cafè, che ai tempi erano di moda. Era sostanzialmente una scemenza, e ci volle poco a capire che mentre la norma era inutile quale strumento di contrasto al terrorismo, era dannosissima per lo sviluppo di Internet in Italia.

Eppure di proroga in proroga durò diversi anni e diversi governi, anche di sinistra (alle forze di polizia quella norma piaceva): servì il ministro Maroni per abrogarla alla fine del 2010. Sono 11 anni che il wifi pubblico è libero in Italia. Può sembrare scontato, ma ai tempi per la gioia, molti di noi andavano nelle piazze ad accendere degli hotspot gratuiti per tutti.