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Roveredo: le mie donne amate dimenticate ed emarginate

Il teatro dello scrittore friulano: domenica a Udine con la “Compagnia Instabile” «Una poesia e un racconto». Il libro “Ballando con Cecilia” ritornerà sugli scaffali

2 minuti di lettura

Sono le donne di Pino. Se le racconti, ti appartengono. Diventano tuoi i loro tratti, i sentimenti, i gesti, la spiritualità, i pensieri, il profondo, l’emerso solitamente nascosto dall’apparenza. Roveredo, lo conosciamo, non si ferma mai al primo sguardo. E un po’ minatore, scende ed esplora. Poi risale con lo zaino pieno. Ci è finito pure lui là sotto, perdendosi e ritrovandosi.

Alti e bassi di una vita. Sei a posto se rialzi la testa e la volti indietro, mai scordarsi di chi, come te, un bel giorno è scivolato finendo a terra. C’è altro teatro firmato P.R., una produzione parallela a quella letteraria. Una trentina di opere, sostanzioso prodotto a uso e consumo della Compagnia Instabile, messa su qui una ventina d’anni fa, che ha pure filiato in molte regioni italiane, Campania, Puglia. D... come donna è in cartellone - domenica 6, alle 21, finirà sul palcoscenico del San Giorgio e non servirà acquistare il biglietto - una raccolta del tempo, si è formata con la conoscenza di femmine spesso borderline, «dimenticate e che ci aiutano a crescere - dice - penso alle rughe di mia mamma, alla solitudine di una madre senza il figlio, all’emarginazione della barbona della stazione. Non sto sulla cronaca, ma è come se lo facessi. In fondo, le storie comunque appartengono a un oggi inquieto di troppi vinti e di pochi vincitori».

- Gli attori, in realtà, non hanno diplomi accademici, è gente qualunque, tossicodipendenti, medici, insegnanti, ex carcerati, chiunque col teatro si senta bene.

«E col teatro si è salvato. Siamo instabili per vocazione, rifiutiamo le proposte degli Stabili, appunto, vogliamo la libertà. Agli inizi il pubblico veniva a veder recitare i tossici; poi abbiamo mescolato le carte, rifiuto le distinzioni, la dignità umana su tutto. E non usiamo il sipario, né di apertura, né tantomeno di chiusura. Dà un senso di continuità non farlo calare. Come dire, torneremo ancora, ecco».

- Una spiata sul modulo drammaturgico?

«Nulla di sconvolgente. Racconti, semplicemente racconti, presentati da una poesia, che ne so, di Neruda, Ungaretti, Prévert, Merini, Pessoa; trovo sia il miglior corridoio possibile per raggiungere i sentimenti più tenaci».

- Con una colonna sonora, stavolta. La fisarmonica conquista spazi inediti.

«È un suono ideale, lo sento in armonia con resto: tristemente sorridente. Merito di Paolo Forte, senza di lui, forse, avrei rispettato i silenzi».

- Fra le tante “ragazze”, è una signora novantacinquenne ad averla stregata. Per sessant’anni prigioniera di un manicomio... E protagonista di un suo libro, Ballando con Cecilia, ora nuovamente in libreria con Bompiani.

«L’ho accompagnata al Paradiso che desiderava. Cecilia diceva: “noi andremo lassù, le infermiere no, all’inferno”. Attraversò una vita senza sapere alcunché della vita. Le spiegai che l’uomo aveva conquistato la Luna e lei volle sapere se era effettivamente tonda oppure a spicchi; si preoccupava del cuore malato di un suo amico. La rassicurai: Sai che adesso li trapiantano? “No”, mi rispose. Ma possono metterci dentro anche l’amore?”.

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