«San Simòn senza vincitori, friulano tradito»

Nessuno all’altezza, il concorso va a vuoto. Il commediografo Carlo Tolazzi della giuria fa autocritica. E attacca le istituzioni

CARLO TOLAZZI. L’ora piú scura precede l’alba. Oppure, meno elegantemente, piú in basso di cosí non si può. Quest’anno il piú prestigioso premio di narrativa in lingua friulana (ma ha ancora senso questa definizione?) ha espresso una pochezza disarmante. Pochezza in numeri – solo quattro lavori pervenuti - pochezza in qualità, addirittura silenzio assoluto per quanto riguarda il San Simonùt, la sezione del premio dedicata ai ragazzi delle scuole.

A parziale giustificazione si può invocare l’incertezza che ha legato l’effettiva realizzazione della manifestazione, i dubbi legati a finanziamenti ragranellati solo in extremis, ma è un modo per raccontarsela: onestà vuole che si affronti, da parte del Comune di Codroipo e da parte della giuria, il problema di un premio che va ripensato, rimodulato, riorganizzato. La deriva qualitativa che sta patendo è imputabile, sí, ai contributi dei vari partecipanti, ma trova radici nel cristallizzarsi di un’istituzione che ha modificato poche cose in 34 anni, e che negli ultimi due è stata tenuta a galla da un autentico fuoriserie come Franco Marchetta, che però non è il prototipo di scrittore cui il San Simòn potrebbe rivolgersi.

Nel 2009 denunciai una narrativa friulana in prognosi riservata, scagliandomi senza riserve contro la pochezza inventiva e la superficialità organizzativa dei lavori pervenuti alla segreteria del premio.

Non mi sbagliavo, ma consideravo solo una parte del problema, quella emergente, l’iceberg che celava un malessere piú profondo, perché si può anche rimproverare a uno scrittore dilettante la mancanza di documentazione o il mancato approfondimento psicologico di una situazione narrativa e/o di un personaggio, ma gli strumenti per migliorare queste caratteristiche chi glieli fornisce? E poi, come mai proliferano da anni, sui vari blog dedicati, i racconti brevi in friulano (la conte curte, andate a verificare digitando proprio il sintagma in corsivo) mentre la cifra della partecipazione al San Simòn va inesorabilmente scemando?

L’establishment della cultura friulana si preoccupa moltissimo di favorire corsi di lingua, di grammatica friulana: è giusto, ma i racconti che arrivano al San Simòn sono graficamente ineccepibili, spesso anche di una pedanteria ridondante, mentre manca la capacità di inventare una storia, di fuggire le banalità nelle ambientazioni, di organizzare dei dialoghi efficaci, di predisporre snodi narrativi interessanti, di reggere la complessità di un romanzo.

Cosí si ingenera in chi scrive l’idea che basti esprimersi in un buon friulano per avere già un bonus qualitativo sulla valutazione del proprio prodotto: è un atteggiamento fortemente razzista, che esclude, o rende perlomeno superflua, qualsiasi incursione documentativa nelle letterature straniere (italiana compresa, che è “foresta” rispetto a quella in marilenghe).

Di chi la causa? Visto che non lo fa nessuno, provo a puntare il dito: contro la politica, che nei programmi elettorali promette meraviglie e che poi mette i bastoni fra le ruote agli enti preposti alla cultura e all’istruzione; contro l’università, che poco si occupa del territorio inteso come humus da concimare ; contro le fondazioni e gli istituti di credito che dovrebbero foraggiare la formazione della cultura; contro i mezzi di informazione di massa che hanno la responsabilità di spostare gli umori della base.

Ma, aggiungo e non mi sottraggo, anche contro chi organizza questo premio letterario, contro chi in 34 anni ha lasciato che le cose andassero alla deriva. I primi anni furono splendidi: Colussi, Giacomini. Turello, Gregoricchio, Bellina. Ma era davvero il San Simòn?

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