«Il friulano rivive nella scrittura digitale»

Paolo Patui entra nella polemica sulla fine della narrativa in marilenghe: «La lingua della Piccola Patria straripa nei blog»

SAN DANIELE. Scusate, sono un po’ confuso, tra l’illuso e il disilluso. Non so bene a chi dar ragione e nemmeno se ragioni da dare ci siano. C’è chi a tutti i costi vorrebbe alleggerire il mondo dalla presenza del friulano e chi invece lo vorrebbe appesantire. Chi sta già redigendo il certificato di morte e chi invece utilizzerebbe ogni accanimento terapeutico nel caso di coma profondo.

Carlo Tolazzi non ha lesinato sagaci accuse e una su tutte mi trova d’accordo: saper scrivere come si deve, non vuol dire saper scrivere quello che si deve. Ma se il problema c’è (e di certo almeno in parte c’è) mettersi adesso alla ricerca colpevoli e dei responsabili vale poco.

Semmai si cerchino cause e concause. Però a me la confusione resta: in 15 anni ho tradotto e adattato con Elio Bartolini Berto Lôf e la Pimpa, sempre con Elio ho scritto Bigatis, e - di bessôl- La lungje cene di Nadâl, e Pieri da Brazzaville, nonché tradotto e adattato in friulano e al Friuli Maratona di New York.

Ora sto scrivendo per Claudio Moretti (regía dei Felici ma Furlans) La Solitudine del tennista. L’uso del friulano mi è sempre stato lieve e mai né pesante né pedante (spero) e credo che il motivo di questo rapporto agevole e leggero risieda nel fatto che quella lingua era necessaria alla storia, al testo, ai personaggi. Non era cioè coatta, né imposta.

Nasceva dai personaggi stessi o dal loro scivolare quasi spontaneo dalla fattoria dei Mckenzie al Cjasâl di Mosè. E sono d’accordo pure con Gigi Dall’Aglio, quando si stupisce che ai friulani paia una diminutio l’utilizzo confidenziale della nostra lingua, che definisce «un prezioso vaso al cui interno ribollono e dal cui orlo esondano, tutti gli umori e i segreti e di una storia e di un essere attuale. È una fortuna o un merito storico-ambientale che non è toccato ad altre realtà indifferenti all’estinzione dei propri dialetti».

È - questa intimità della lingua - una caratteristica in piú, una carta vincente, un bellissimo modo di raccontarsi come nessun altro linguaggio potrebbe. C’è forse da vergognarsi per questo? Di fatto queste lingue minoritarie, quando sono quelle della tua anima, sgorgano felici e profonde, inimitabili.

Quando non sono quelle della tua anima non le capisci, ma non ha senso irriderle né aspettare la loro sepoltura. So che quando dico “friulano lingua della confidenza”, faccio saltare i nervi a qualcuno; mi hanno molto accusato di questo e persino bandito. Pazienza.

Credo di aver dato il mio piccolo contributo al friulano piú di alcuni aspri censori. Non credo però che la morte del friulano possa essere sancita da un premio o dal suo utilizzo in un genere letterario che fra l’altro non fa parte della cultura e della tradizione di questa lingua. E forse un motivo ci sarà.

Ci sono blog e fumetti, canzoni e poesie in cui la vitalità della madre lingua è straripante; non so se dedicarsi al romanzo sia un segno di evoluzione o di emancipazione o se si debba dare libera vitalità a quella sua voglia di essere lingua parlata che il teatro così bene incarna.

Non so molte altre cose. Ma che la morte di una lingua sia un lutto, questo lo so.

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