Alpini sempre, da eroici soldati a uomini di pace

Sergio Gervasutti ripercorre la loro storia in vista dell’adunata nazionale di Pordenone

Pubblichiamo l’introduzione al libro “Penne nere” che Sergio Gervasutti ha scritto per Biblioteca dell’Immagine in occasione dell’adunata nazionale in programma dal 9 all’11 maggio a Pordenone.

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Che sarà quella striscia azzurra là, in fondo, oltre i tetti dei grandi palazzi pordenonesi? Mi rispondo, perché in realtà io so cos’è quella striscia azzurra là in fondo. E come potrei non saperlo se ormai da qualche secolo mi ritrovo sempre in mezzo a queste penne nere, delle quali conosco vita, morte e miracoli? Mi viene da ridere sentendo queste parole. Vita, morte e miracoli? Ridiamo pure, ma è proprio cosí.

Del resto, non ci ritroviamo ogni anno, nella speranza di arrivare tardi al nostro funerale? Ma quale funerale! Noi siamo immortali. Noi siamo alpini. Siamo alpini immortali, perché il bene e il male ci saranno sempre nell’umanità e la nostra sorte è di difendere il bene, costi quel che costi e viva... sí, mona, viva l’Aosta. Va bene l’Aosta, ma il resto dove lo mettiamo? La Julia, la Tridentina, la Cadore dove le mettiamo?

Mi accorgo che sto parlando con me stesso. Sono seduto sulla riva di un corso d’acqua - una via di mezzo tra il torrente e il fiume - e tengo i piedi al fresco bagnandomi fino alle caviglie; a vederla da qui, la striscia azzurra là in fondo sembra essersi alzata fino a rendere piccini i palazzi che volevano farla da padroni. Ben vi sta, quella cornice azzurra vi ha ridimensionati e ne sono contento, perché è la dimostrazione che contro la natura non si può andare. Noi alpini, del resto, lo abbiamo sempre dimostrato, anche quando non eravamo convinti della giustezza degli ordini ricevuti.

Allora, quella striscia azzurra che ora sovrasta i palazzi e ne costituisce cornice non è affatto un mistero. Quella zona io la conosco metro per metro, l’ho percorsa e scavalcata centinaia di volte; ecco, quella catena piú alta fa capo al Piancavallo, frazione di Aviano, straordinaria realtà turistica di grande richiamo sia d’inverno, sia d’estate, in una conca del versante orientale del monte Cavallo, alto 1280 metri, vicino alla foresta del Cansiglio.

Qui nessuno mi ascolta, ma io metto nero su bianco (a parole, s’intende) perché è opportuno che le migliaia di penne nere giunte da ogni parte d’Italia e anche dall’estero per partecipare all’87a adunata nazionale dell’Ana organizzata per la prima volta qui a Pordenone conoscano il territorio che fa da cornice alla tradizionale sfilata. Comincio dunque dal Piancavallo.

La stazione turistica è sorta sul finire degli anni ’60 e gli imprenditori che hanno partecipato all’iniziativa hanno dimostrato di avere il fiuto necessario: hanno fatto installare lassú i cannoni! Niente paura: si tratta della prima struttura del genere realizzata in Italia per produrre neve artificiale, assicurando cosí, anche se brilla il sole, l’elemento indispensabile per le manifestazioni sciistiche.

Ma Piancavallo è ormai diventato un richiamo internazionale per una serie di iniziative che vi si svolgono, come la coppa del mondo di sci alpino femminile, il campus della Federazione italiana hockey e pattinaggio, la maratona di fondo, lo sci alpinismo, lo skyrunning e molte altre.

Piancavallo offre oltre 25 chilometri di piste per lo sci alpino con varie difficoltà e pendenze, 30 chi. lometri di sci di fondo, varie piste dello snowboard. Insomma, quella striscia azzurra che si staglia lassú è davvero un paradiso tra le nuvole. Ora, però, approfittando della mia solitudine prima che Pordenone sia invasa dalle truppe di penne nere che calpesteranno le sue strade con piede fermo e passo leggero, grazie all’orgoglio che supera anche l’incertezza delle gambe claudicanti, continuo a reggere il filo che lega la bellezza di questo territorio allo spirito alpino che in questi giorni vi si respira.

Sono - e me ne ero dimenticato per l’emozione di sorvolare le alte cime - con i piedi nell’acqua. Il silenzio è rotto - meglio sarebbe dire è scheggiato - dalla corrente che sembra sfuggire gentile, portando con sé brandelli di una vita che talvolta ignoriamo. Ma cos’è che scivola in mezzo al corso? Un pesce? Un esemplare di animali sconosciuti? Se ci fossero con me gli alpini che stanno gironzolando per le strade, lontani da qui, sarei tentato di fare uno scherzo e direi che quel “coso” (una delle canoe che ha conquistato la medaglia d’oro alle olimpiadi) altro non è che la porta del paradiso....

Anzi, no: il paradiso l’ho già sistemato sopra le nuvole; direi piuttosto che si tratta della porta del purgatorio. Sí, del purgatorio andrebbe proprio bene, perché queste acque sono - non lo dico per ingraziarmele - quelle del Noncello, un soggetto che si merita almeno una pena temporanea per purgare i dispiaceri che ogni tanto provoca rompendo gli argini.

È il Noncello, dunque, che mi sta accarezzando i piedi e per le ignare penne nere offro qualche notizia che lo riguarda. Nasce nella zona di Cordenons e nel suo scorrere vede alla sinistra Pordenone e alla destra Porcia prima di inchinarsi al Meduna e al Livenza, gli altri due fiumi che addolciscono una parte del territorio veneto-friulano. Un tempo ormai abbastanza lontano, il Noncello aveva una sua importanza. Parlo dell’800, quando in un’ansa di Pordenone si saliva su un’imbarcazione che ti portava fino a Venezia, dove veniva smaltita anche la posta trasportata.

A metà di quel secolo, ecco però il tangibile segno del progresso: inizia a funzionare la ferrovia, con il sibilo della locomotiva alla sosta di ogni paese. Ora ovviamente è del tutto cambiato il rapporto tra il fiume e gli abitanti che lo vedono lungo il suo percorso. Sono fiorite iniziative in piú tratti, ma al di là di quelle che hanno richiesto l’intervento concreto dell’uomo, il legame tra Pordenone e il Noncello è vissuto con il parco fluviale, dove salici, pioppi, betulle e olmi costituiscono l’incomparabile quadro offerto dalla natura, grazie al quale la città è ufficialmente terza nella graduatoria dei luoghi italiani piú vivibili.

E ciò nonostante qui si può toccare con mano lo sviluppo industriale che rappresenta una specie di miracolo per l’economia; ricordo, per esempio, la Zanussi Rex, che per molti anni è stata leader della produzione di elettrodomestici, nata dall’intuito e l’intraprendenza dell’ingegnere Lino sulla scia del padre Antonio: può essere considerata il simbolo dell’imprenditoria locale, un po’ quello che significa la Fiat per Torino.

La vocazione all’inventiva, ai rapporti, alla disponibilità della popolazione ha fatto sí che Pordenone può essere considerata una delle poche città italiane che hanno saputo affrontare senza gravi conseguenze la crisi economica che ha investito larga parte del mondo; ciò è dovuto anche allo spuntare di tanti camini, segni degli opifici che si sono moltiplicati anno dopo anno da quando prese avvio il risveglio economico, culturale e sociale già prima che la Destra Tagliamento diventasse provincia con Pordenone capoluogo. È bene che le migliaia di penne nere in questi giorni padrone di strade e piazze conoscano almeno gli aspetti piú significativi del territorio che li accoglie con fraterna amicizia ed eccezionale entusiasmo.

Qualcuno si chiederà per quale motivo si sia deciso che la 87a adunata nazionale si svolga nel maggio 2014 a Pordenone, città che geograficamente non è in mezzo allo Stivale, dove sarebbe più facile arrivare sia da nord sia da sud; la risposta è facile e io la so, nonostante nessuno mi abbia visto alla riunione decisiva, perché c’era chi all’estero stava difendendo la pace e c’era bisogno della mia assistenza; i motivi della scelta comunque, sono due: il primo perché gli alpini se ne fregano delle distanze, essendo l’Italia tutta terra di “fradis”, fratelli nella buona e nella cattiva sorte, uniti per corrispondere sempre con il massimo impegno e con altruismo alle necessità che lo richiedono; il secondo, perché si è giustamente ritenuto di esprimere un doveroso riconoscimento pubblico alla città per la sua vocazione e alla sezione locale dell’Ana per avere interpretato in maniera esemplare i valori che fanno delle penne nere un costante modello di vita.

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