La poesia di Tavan ha salvato la lingua d’un paese perduto

Il 7 novembre 2013 moriva un artista incompreso Ne La Nâf spâzial predisse il declino di un mondo

di GIANNI ZANOLIN

Dopo un anno dedicato a far conoscere Federico Tavan a una pur piccola parte dei moltissimi che nulla o poco sapevano di lui, forse è tempo di interrogarci nuovamente sul futuro della sua poesia, coi suoi contenuti. Di certo non con facilità, perché Federico era ed è simbolo di un grande scontro e la sua poesia è radicalmente conflittuale con lo stato delle cose presenti.

Alcuni segnalano la sua assenza fisica come un limite alla comprensione dei suoi testi, vissuti perciò soprattutto come suscitatori di emozioni. Anche per questo motivo nei mesi scorsi abbiamo visto molti filmati e registrazioni di “Tavan che legge Tavan”, talvolta inediti o dimenticati. Pasolini era convinto che nessun uomo fosse davvero morto fino a che a un altro riusciva di dialogare con lui, attraverso le sue opere. Quel cercare immagini e filmati di Tavan mi sembra alludere a una difficile comprensione. È la sua morte a rendercelo “complesso”? In realtà c’è un’altra assenza ad accrescere la nostra difficoltà, questa sí definitiva e irrimediabile: Andreis. Il conflitto umano che ha generato la poesia di Federico è inspiegabile senza quel suo paese della Valcellina, che non era solo il luogo fisico del durissimo scontro culturale che ha generato la sua poesia, ma una delle cause del conflitto. In Federico leggiamo spesso dell’impossibilità di separare la propria umanità “privata” dalla dimensione comunitaria e “pubblica” in Andreis. Nato in una famiglia importante in quel contesto, la sua relazione col paese è segnata dalla differenza fra le scelte e le modalità di vita di Federico e quello che i compaesani si aspettavano dall’erede di una famiglia cattolica e politicamente moderata. Si convinse di essere, fin dalla nascita, il simbolo di un cambiamento culturale radicale. Quasi a segnare un destino, infatti, la madre fu accusata in chiesa di aver partorito un essere diabolico e morirà presto, lasciando nel suo bambino un vuoto mai colmato. Quel che ne condizionerà piú pesantemente la vita fu il rapporto con un padre duro e autoritario. È a partire da questo conflitto che nasce la lettura critica di Tavan sulla società che gli era contemporanea. Ma le origini di quella critica sistemica sono lí, in quel rapporto fra lui, la sua famiglia, il suo paese. Che cosa lo spinge a provare, giovanissimo, le forme piú dure e segreganti di potere in un ospedale psichiatrico, se non quel rapporto conflittuale cosí pesante e terribile da vivere da provocare la malattia mentale? Lui nel suo paese in Valcellina, insomma, è l’inizio e anche la chiave di lettura del dolore del mondo e dei processi e motivi che lo generano: “Ah Diu! 'I son rivâtz i umans!”, gli esseri crudeli e terribili, da cui non si scappa nemmeno con una nave spaziale. Ognuno legge il dolore del mondo a partire da quello proprio e nessuno che non ne provi lo capirà mai. Perciò Parigi, per scherzo ma nemmeno tanto, diventa una periferia di Andreis, perché è nel suo paese di montagna che si è generato il conflitto e quel dolore. Certo, anche Andreis ha avuto una lunga età dell’innocenza, ma . era passata: ormai, cambiata in profondità, incendiata, abbandonata, trasformata socialmente e culturalmente dal sogno del denaro, a farla sembrare quel che era stata c’erano solo i dalz, i ballatoi in legno delle case. In quel suo paese lui non sentiva piú nemmeno un canto, perfino le donne avevano disimparato quel parlare cantato che faceva del loro particolare friulano una cosa straordinaria e unica. Lui, Federico, però riusciva a esprimere pensieri, sentimenti e sensazioni proprio in quella lingua, parlata solo forse da trecento persone, con un canto di intonazione altissima, come nessuna altra lingua poteva consentirgli non solo perché quella era la lingua appresa dalla madre, ma perché era quella del conflitto, del suo duro e difficile impegno. Tavan ha condotto, come può farlo un poeta, una vera battaglia per cambiare il suo paese, svelandone le contraddizioni e legando quella perdita di innocenza alla voglia di Andreis “di no 'vei pí nua a ce fa cun ce ch’al è stât”. Tutti cercavano i soldi e non c’era un futuro possibile per il paese. Il paese ha davvero compreso poco un uomo che vedeva attorno a se la gente “duç par cont siô e con sempre pí poura”. Per questo avvertiva che “la vous a mour”, la voce stessa moriva. Quante volte Federico, nelle sue poesie, evoca la voce che muore? E non è solo il silenzio di un paese vuoto, che parla poco o nulla: è la voce di una cultura profonda, antica, che non ha piú forza e modo di parlare. Andreis non era piú il luogo da cui la straordinaria sensibilità umana di Federico aveva tratto alimento. Su questo, davvero, Tavan dialoga potentemente con Pasolini. Può un poeta salvare un paese? Con la sua poesia, che era un temporâl: “zirâ pa’ li strades e cjapâ a pugns al nua?”. Oggi c’è un paesino di montagna che si chiama Andreis, ma stenterete a trovare un segno di quel tragico conflitto da cui è nato il canto del poeta. Federico ha potuto salvare solo una cosa della sua Andreis che è stata e non sarà piú: la lingua. Cioè tutto.

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