Aquileia contro Venezia, Adriatico di sangue

Il romanzo storico dell’avvocato Caracci ricostruisce l’epica Guerra di Chioggia quando il Patriarca si alleò con Genova

PAOLO MEDEOSSI. Tite da Billerio, allora feudo dei Prampero, era stato arruolato d’autorità e spedito con altri del suo paese fino a Marano, per rinforzare il contingente militare («Quel povero, piccolo esercito impaurito preteso dal Parlamento e dal Patriarca»). Siamo nel 1380 e aspettando la guerra, l'ennesima di tempi insicuri e confusi, Tite aveva intanto imparato a nuotare, a vogare, a pescare. E un giorno, mentre in barca si stava spingendo con gli amici verso Grado, ci fu una sorta di apparizione sul mare. La racconta cosí: «Transitava davanti a noi la grande, ricchissima trireme rossa che accompagnava all’isola il Patriarca Marquardo, ritto sul castello di poppa, la preziosa tiara sul capo, fasciato nella veste nera oro e porpora, accanto alla sua insegna grifagna che pareva volare nella brezza e nella luce tremula...». Parole eleganti, raffinate, come se descrivessero un dipinto alla Bellini, simili a quelle adoperate da Elio Bartolini per il folgorante inizio di “Pontificale in San Marco”, il capolavoro del 1978 nel quale narrò l’ultimo viaggio fino a Venezia del Patriarca Daniele Dolfin, dopo che Vaticano e Asburgo avevano messo fine al Patriarcato di Aquileia, a metà Settecento. E non a caso il romanzo bartoliniano si pone in armonica sintonia con quello che ora annovera tra i protagonisti Tite da Billerio, una delle voci narranti in una vicenda cruentissima e autentica, avvenuta nelle nostre zone, di importanza fondamentale per gli sviluppi successivi in Friuli e (come spesso accade) del tutto dimenticata. La riporta alla luce Cristiano Caracci con “L’Adriatico insanguinato. Genova, Aquileia, i Carraresi, l’Ungheria contro Venezia” (160 pagine, 13 euro), pubblicato da Santi Quaranta, l’intelligente casa editrice guidata da Ferruccio Mazzariol che da Treviso ci regala una serie di libri assolutamente da leggere, per la veste curata in cui escono e per gli argomenti proposti. Il Friuli e dintorni vi sono molto presenti attraverso le opere di Bartolini (come appunto il “Pontificale”), Amedeo Giacomini, Aldo Barbina, Raffaella Cargnelutti, Ovidio Colussi, Hans Kitzmuller e altri, fra ampie incursioni nel campo del romanzo storico, genere di solito poco praticato da autori contemporanei che invece prediligono temi personali, introspettivi e nevrosi quotidiane. Qui invece il campo d’azione diventa affascinante e di non agevole perlustrazione se non si padroneggia la materia e non si utilizza lo stile adeguato. Cristiano Caracci, al riguardo, si era già messo alla prova puntando l’attenzione verso la Dalmazia, i Balcani, Ragusa-Dubrovnik avendo come punto di riferimento nella bussola personale i destini di Venezia. Avvocato, nato a Udine nel 1948, appassionato cultore di storia del diritto, sensibile come il padre Piercarlo, medico, al fascino delle umane lettere, esordì nel 2004 con “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei” (Edizioni della Laguna), replicato poco dopo da “La luce di Ragusa” (Santi Quaranta), prezioso racconto dedicato alla piccola repubblica marinara adriatica, collocata dentro una luminosità impalpabile, metaforica, che ne diviene quasi il simbolo. Nel nuovo romanzo, Caracci fa invece muovere i personaggi di fantasia dentro un fatto vero, la cosiddetta Guerra di Chioggia, scoppiata a fine Trecento e che rappresentò un punto di svolta per la Serenissima, minacciata come mai prima e che da quel momento, pur vincendo, imboccò la lenta strada verso il declino. La gloriosa storia della repubblica di Venezia durò 1400 anni, con un primo periodo di 900 anni tra successi e crescita, seguiti da 500 di difficoltà, di alti e bassi. Per questo il sanguinoso conflitto con la Superba Genova, capace di allearsi al mondo intero, Patriarca di Aquileia compreso, costò tantissimo alla città lagunare, aprendo crepe e problemi. Ma questa è, si sa, la macro-storia, nella quale incolpevoli protagonisti diventano poi le pedine, i piccoli, come Battista di Billerio o lo speziale veneziano Daniele di Dorsoduro o il mercante Giovanni de Campo. Sono loro, attraverso Caracci, a raccontare cosa accadde in quel 1380 quando Chioggia venne riconquistata da Venezia e allora divenne strategicamente importante Marano quale base genovese. Le voci del romanzo sono un po’ come il Carletto Altoviti delle “Confessioni” di Ippolito Nievo: ci portano dentro i timori, le sensazioni, i paesaggi. Per esempio c’è una vivissima scena della Udine di fine Trecento con ciò che succede in Mercato Vecchio mentre arrivano le truppe degli alleati ungheresi. In questo mondo minimalista appaiono di sfuggita i potenti, come il Patriarca Marquardo, quello dello spadone di Cividale per intenderci, un abile barone tedesco, vescovo di Augusta, arrivato in Friuli nel 1365, uomo d’arme e diplomatico, che per necessità partecipò all'alleanza anti-Venezia. Morí nel gennaio del 1381 mentre si combatteva ancora, ma - dice Caracci attraverso Tite - «quando giunse la notizia nessuno ne pianse il ricordo, anzi nessuno dimenticava quell'alleanza con re, signori, soldati sconosciuti che avevano incendiato il nostro mare, rapito la gioventù, affamato ognuno. Grandi erano state le sofferenze patite fino ad allora e altre non sarebbero mancate». Allo stesso modo nessuno pianse né fece meraviglia la mattina in cui il console di Genova fu trovato in strada, trafitto da nove coltellate. Insomma era sentita come innaturale la coalizione pro-Genova perché, afferma Tite, «qui a Marano siamo schiavi degli stranieri, bestie da lavoro». Ma se questo avviene in Friuli, spiega il veneziano Giovanni de Campo, a levante invece (cioè a Costantinopoli) Serenissimi e Superbi facevano affari insieme, comprendendosi bene attorno a oro e argento. In ogni caso, la Guerra di Chioggia segnò il tramonto dello Stato patriarcale perché già nel 1420 la Piccola Patria venne tutta inghiottita da Venezia. Romanzo denso, e moderno nel riproporre la tradizione, quello di Caracci, con una chicca. C’è infatti un capitolo dedicato a Porto Lignano, la penisola allora insalubre, posta davanti a Marano, dove c’era un avamposto veneziano «tra pochi uomini miserrimi, con donne e pargoli, ricoverati in casoni di paglia». L’accenno alle donne è significativo. In queste pagine appaiono anche loro, con ruoli forse minori, ma decisivi, in quanto capaci di donare a chi la merita «una vita felice, di mare e di vento». Come sempre.

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