Il gatto che apriva i cassetti fantasy che nasce a Varmo

VARMO. Continua il ciclo inventato da Stefania Conte, veneta di nascita, ma da tempo residente a Santa Marizza di Varmo. Per i tipi di Morganti e destinato a tutti i gattofili è uscito per queste...

VARMO. Continua il ciclo inventato da Stefania Conte, veneta di nascita, ma da tempo residente a Santa Marizza di Varmo. Per i tipi di Morganti e destinato a tutti i gattofili è uscito per queste vestività, “Il gatto che apriva i cassetti” (16 euro, 256 pagine) è il turno del rosato micione Paolino, che con la sua abilità nell’aprire i cassetti, e la conseguente rottura dell’ampolla di vetro che racchiude i due folletti dell’isola scozzese di Iona, dà la stura al flusso degli avvenimenti. È un animale guida, un consigliere che ha la facoltà di aprire le vie di accesso a spazi che appartengono a un piano diverso da quello fisico. Doti che condivide con gli altri gatti di famiglia: la magnifica gatta Zoe, che vede le streghe e il futuro, e Mia, che emanano apotropaiche fragranze di vaniglia e rosmarino, in grado di curare animali ed umani. Grazie alla loro ipersensibilità possono avvertire, come le fate, i folletti o i benandanti, la magia presente nel mondo dell’ipersensibile.

Le vicende dei gatti si intrecciano strettamente con quelle della strampalata famiglia Savorgnan e dei loro amici, che, rispetto ai romanzi precedenti devono affrontare pericoli ben peggiori: malefici, malattie e morte. Solo l'ironia riesce ad esorcizzare la paura delle terribili minacce che incombono sugli umani e sui gatti e la narrazione si carica di una drammaticità ignota nei tre romanzi precedenti. Dato che il libro esce a dicembre, la contrapposizione di bene e male è vista come contrasto tra la luce, che illumina i momenti di gioia tra cui predominano gli incontri conviviali nella pasticceria I sogni di Alice o quelli offerti da feste, battesimi e nozze, e l'ombra, che avvolge i viaggi sciamanici e le male azioni notturne dei malvagi.

In questo romanzo il numero dei protagonisti umani e felini aumenta vertiginosamente, intrecciandosi reciprocamente: la famiglia Savorgnan si imparenta con quella Tilatti, quella del pittore preraffaellita e della figlia Amina, protagonisti del libro “La gatta che giocava con le farfalle”.

Gatti, folletti, bambini, spiriti e donne dotate di sguardo puro riescono a comunicare magicamente tra loro, poiché il loro modo di vivere è animata dagli scherzi e dalla leggerezza del vivere. Capacità ormai dimenticate, osserva acutamente l’autrice, dagli uomini, sempre piú privi del senso del Sacro, e quindi relegate nelle favole dei bambini. Questo nuovo romanzo di Stefania Conte, il terzo della serie, è zeppo di fiabe e storie, surreali, piuttosto che fantastiche, poiché la realtà è sempre sottesa alla trama, anche se trasfigurata in una dimensione spirituale e ultraterrena. Riferimenti autobiografici, come la presenza del romanziere Paolo Savorgnan, e persone in tutto e per tutto reali, come le suore vincenziane, padre Antonio, il fornese Alfio Anziutti, il grafico Giovanni Auriemma entrano anche loro a fare del romanzo, in un misto di realtà e surrealtà, che caratterizza il modo di pensare di Stefania Conte. L’autrice è convinta che accanto alla natura materiale ci siano le energie, le forze e le forme del mondo degli spiriti, un universo invisibile che si compenetra con quello degli uomini. Accanita lettrice dei testi di Mircea Eliade, filosofo delle religioni popolari e dell’occultismo, aderisce alla sua idea che i fattori religiosi e mistici siano la chiave per la comprensione dell’essenza dell’uomo.

Gabriella Bucco

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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