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Il memoriale del gappista Juri: Giacca abbrutito dalla guerra

Ecco cosa scriveva il comandante condannato all’ergastolo e amnistiato. Il figlio Aurelio racconta: «Il peso di quelle vittime peserà sulla coscienza di chi ha aizzato l’odio fra garibaldini e osovani»

3 minuti di lettura

UDINE. Anni ’70. A Capodistria, Vittorio Juri, il comandante gappista friulano condannato all’ergastolo nel processo di Lucca e poi amnistiato, annota spunti ed elementi da pubblicare sotto il titolo “Perché Porzûs”, che la morte gli impedirà di scrivere.

Alcuni appunti disorganici sono conservati dai figli, Aurelio (già sindaco di Capodistria ed europarlamentare) e Franco (deputato al primo parlamento della Slovenia indipendente, poi diplomatico); non offrono dati o interpretazioni nuove, ma testimoniano il clima di allora e di quarant’anni fa, per la visione ancora fortemente ideologizzata.

Juri (che avallò il verbale di Mario Toffanin “Giacca”, comandante politico gappista e massimo responsabile dell’esecuzione dei partigiani bianchi), rimarca la sua assenza: «Recatomi al battaglione “Giotto” feci restituire agli osovani orologi e documenti personali. Chiesi se erano trattati bene, mi risposero di sí. Mi chiesero perché di questo. Gli dissi di essere calmi, che sarebbe venuta una commissione di inchiesta per la collaborazione che alcuni dei loro ufficiali avevano con i tedeschi e fascisti. Dopo di ciò ero impegnato in un lancio che ci fecero gli alleati».

Si dice convinto del collaborazionismo di Elsa Turchetti «noi non la conoscevamo. Bolla ci disse che era una porta ordini. Qualcuno disse, mi sembra Tin (Leo Patussi, osovano in contatto con i gappisti ndr), portaordini ai tedeschi fascisti. Qualcun altro suggerí che fosse l’amante di Bolla. Uno dell’Osoppo disse invece che era la spia Elda Turchetti denunciata da radio Londra. Tin disse a Silvestro (Leonida Mazzarol, altro gappista ndr) che era stata mandata su da don Redento Bello e che era sua protetta».

Annota che «tanti partigiani dell’Osoppo hanno combattuto con tutte le loro forze contro i nazifascisti e sicuramente non erano a conoscenza di quello che tramavano i loro comandanti», ovvero le trattative con i nazifascisti.

«Perché veniva fatto in carcere un trattamento differente tra garibaldini e osovani? Perché ai garibaldini era proibito l’incontro con i familiari e il ricevimento di pacchi? I partigiani catturati dai tedeschi, se dicevano di far parte dell’Osoppo venivano trattati bene. I garibaldini invece venivano fucilati... Il clero non è mai intervenuto a favore dei garibaldini? Perché? Non erano uomini questi?».

Non lesina critiche a Patussi, grande accusatore al processo. «Tin, appartenente all’Osoppo e passato a Porzûs dalla parte dei Gap, disse di essere a conoscenza della collaborazione dei comandanti dell’Osoppo con i fascisti, i tedeschi e benestanti udinesi e di incontri di Bolla e altri con il federale fascista di Udine Cabai con il maresciallo Kizmiler (l’interprete dei tedeschi Kitzmueller ndr)», e fa rilevare come Aldo Moretti “Don Lino” avesse detto che era stato lui a indicare il luogo della sepoltura, a Bosco Romagno: «Come sapeva Tin ciò? Per sapere dove erano seppelliti doveva essere presente».

Ne ha anche per Mario Lizzero “Andrea”, comandante politico della brigata “Garibaldi” («Dopo giorni che era da noi deprecò il fatto di Porzûs trattandoci da inetti e immorali») e per il suo vice Giovanni Padovan “Vanni” («Scrive tanto male dei Gap quando sa benissimo che ci chiamò pregandoci di fare tutto il possibile per rifornire la Natisone altrimenti l'avrebbe sciolta»).

Mostra comprensione, se non per l’operato, per la figura di Toffanin «...aveva piú di tutti gli altri sofferto della guerra: i nazofascisti gli distrussero la famiglia, sua moglie in campo di concentramento in Germania, due giovani figli, bambini, non avevano piú una casa, né il padre né la madre, queste situazioni portano qualsiasi uomo a diventare bestiale contro i nemici».

Contesta l’intesto annessionistico sloveno: «È anche plausibile, però non era nelle mire di tutti, e specialmente dei responsabili».

Racconta di «un’azione alla fonderia Bertoli dove si fondevano bombe per i tedeschi, Giacca incontrò a Canal di Grivò Bolla (Francesco De Gregori, comandante osovano ndr), il quale lo rimproverò per l’azione fatta alla fonderia dicendo che non si deve toccarli perché hanno versato lire 100 mila a favore dei partigiani» e dei giorni successivi alla Liberazione: «Si cercò in tutti i modi di disarmarci. Gli alleati per avere qualche pistola per essa regalavano anche un'auto o una motocicletta. Poi si proibí ai partigiani di uscire armati».

Riferisce anche un aneddoto con protagonista Primo Carnera: «Ci disse che un tedesco aveva a Sequals 6 milioni di lire che voleva consegnare a un comando partigiano... Io e “Valerio” decidemmo con quei soldi di aiutare le popolazioni che avevano perso tutti i loro averi a Nimis, Attimis e Faedis. Distribuimmo cosí con testimoni a seconda di quello che avevano perso».

La conclusione emerge da frasi disseminate qua e là: i Gap avevano certamente «intrapreso la lotta contro i nazifascisti ma anche una lotta classista» e «il peso delle vittime di Porzûs peserà molto sulla coscienza di coloro che hanno aizzato l'odio fra Garibaldi e Osoppo» originando «una delle piùúnere pagine nella storia partigiana del Friuli». Gli osovani fucilati «sono stati vittime della guerra in cui il fascismo ha trascinato l'Italia, sono stati loro vittime come potevamo essere noi».

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