Vivere e morire con dignità: Englaro ritorna in Friuli

Stasera l’incontro con Pierluigi e Vito Di Piazza, Facchini Martini, il papà di Eluana. «Il problema va trattato senza battaglie, affermando un diritto, non un dovere»

Tre giorni fa la commissione Sanità del consiglio regionale ha approvato il testo sui Dats, e Rizzoli ha editato . Morire felici? del teologo Hans Küng.

E stasera, alle 20.30, al Centro “Balducci” di Zugliano si discuterà sul “Vivere e morire con dignità”. Moderati dalla giornalista Rai Marinella Chirico, ne parleranno don Pierluigi Di Piazza, suo fratello Vito, primario all’ospedale di Tolmezzo, l’avvocato Giulia Facchini Martini, nipote del cardinale Martini, e Beppino Englaro.

Sarà l’occasione, spiega il padre di Eluana, per un momento di informazione e riflessione su un tema ineludibile.

- Beppino Englaro, il vento è cambiato, rispetto alle tempeste politiche di qualche lustro fa...

«Si è presa coscienza del fatto che questo nodo va affrontato senza battagliare contro nessuno, affermando un diritto, non un dovere. Bisogna lavorare in maniera composta, perché la reazione iniziale delle istituzioni, all’inizio, era stata veramente scomposta. Nel gennaio ’92, quando ho posto il problema, non immaginavo lo stato politico e culturale in cui versava questo Paese, e il potere esercitato dai medici che potevano sospendere la morte senza offrire la vita, cioè un’esistenza degna di essere chiamata tale».

- Il tema era tabù?

«Proprio. Ci sentivamo cospiratori, a parlarne nel Comitato bioetico di Milano. Poi – ci sono voluti otto anni – nel giugno 2000, Repubblica ha dato spazio alla vicenda, poi rimbalzata sulle reti tv. Così l’opinione pubblica ne ha saputo qualcosa. Perché, per citare Pulitzer, l’opinione pubblica correttamente informata è come la Suprema corte, può obbligare la politica ad adottare dei comportamenti.

- Qui ci ha pensato la magistratura.

«Che ha svolto egregiamente la sua funzione vicaria. I due rami del Parlamento avevano sollevato addirittura il problema del conflitto di competenza, sostenendo che non potevano essere i giudici a trattare la cosa. Ma la magistratura ha fatto sì che la politica e le istituzioni se ne occupassero».

- Le avranno detto: queste cose si fanno accadere, senza clamore...

«Sì, ma io avevo e ho la convinzione che la vera libertà sia solo nella società e nella legalità. In questo contesto si era creata la situazione in cui si trovava Eluana, in questo contesto doveva essere risolta. Il sotterfugio del fai da te non è libertà né legalità. E infatti Renzo Tondo, all’epoca, disse: in Friuli Venezia Giulia le sentenze si applicano. Contrariamente a quanto aveva fatto Formigoni».

- È stato soprattutto merito suo se il caso Eluana è uscito da un viluppo politico-amministrativo che sembrava inestricabile?

«In realtà era una questione di semplicità e chiarezza cristalline: l’autodeterminanzione terapeutica non può incontrare un limite, anche se ne consegue la morte, e ciò non ha nulla a che fare con l’eutanasia. La Costituzione vieta di discriminare una persona per la sua condizione: se non è più capace di intendere e di volere rimane sempre la stessa persona. Eluana aveva espresso la sua volontà, anche per iscritto, noi ci siamo limitati a darle voce. In quanto a Tondo, è fuor di dubbio che sia stato determinante, assieme ad alcuni altri».

- Citiamoli.

«Dunque, senza fare graduatorie, il primo cittadino dello Stato, Giorgio Napolitano, quello di Udine, Furio Honsell, e appunto quello della regione. Fondamentali, con Tondo sono stati anche Ferruccio Saro e Aldo Gabriele Renzulli, tornati nell’occasione ai valori fondativi del socialismo, anche contro il loro partito. Va ricordato che allora dal Friuli Venezia Giulia si è davvero levata una luce di civiltà».

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