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Quello spicchio di Friuli in trasferta a Yerevan

Nel cuore del Caucaso con la delegazione guidata da Fabrizio Anzolini a cento anni dai massacri commessi dai turchi

3 minuti di lettura

di Mattia Pertoldi

YEREVAN

Il monte Ararat si trova geograficamente in Turchia, ma è lì, lo vedi, lontano, sormontare l’orizzonte, con i suoi 5 mila 165 metri di altezza, da ogni angolo di Yerevan. La montagna sul cui cocuzzolo, secondo la Bibbia, Noè trovò finalmente pace dopo il diluvio universale rappresenta, idealmente, il destino dell’Armenia. Un Paese incastonato tra i ricordi di una gloria passata che difficilmente ritornerà e un futuro ancora tutto da scrivere. Ma che, proprio come accadde al prescelto da Dio per salvare la vita sulla Terra, ha già presente la sua, immediata, linea di galleggiamento che porta – dritta dritta – verso Nord. Verso Mosca.

Già, il passato dei discendenti di . Armenak – lontano trisnipote di Noè – scorre più vivo che mai nelle vene di chi, in questi giorni, ha commemorato il centenario dell’Hayoc’ C’egaspanowt’yown, il genocidio di 1 milione e 500 mila armeni perpetrato soprattutto – ma non solo – dal nascente potere repubblicano dei Giovani Turchi. Gli armeni hanno scelto, come data ufficiale, il 24 aprile per ricordare il giorno in cui, nel 1915, a Costantinopoli vennero eseguiti i primi arresti – con successive deportazioni nel cuore dell’Anatolia – tra l’élite intellettuale armena della capitale dell’Impero Ottomano. E 100 anni dopo, a Yerevan, hanno fatto le cose in grande per “ricordare e chiedere”, come recita lo slogan scelto per il centenario. Aprendo le loro porte anche ai ragazzi del Demyc – associazione del Partito popolare europeo la cui vicepresidenza è nelle mani del triestino Marco Gombacci – a cui si è unita una rappresentanza friulana guidata dall’udinese Fabrizio Anzolini esperto della Presidenza del Consiglio dei Ministri italiana.

Sì, hanno fatto le cose in grande costruendo “ex novo” un enorme memoriale con annesso museo del genocidio. Hanno tirato a lucido l’aeroporto in attesa del rientro da tutto il mondo di decine di migliaia di armeni della diaspora, messo a disposizione di Anzolini e degli altri europei Karen Avagyan, deputato al Parlamento di Yerevan, nelle vesti di continuo ed efficiente Cicerone e organizzato una serie di incontri con le più alte cariche istituzionali dello Stato disponibili per una quantità di tempo francamente impensabile alle nostre latitudini. E poi: capitale e alberghi tappezzati da manifesti in cui campeggiavano le scritte 1915 e le accuse alla Turchia per quanto accaduto un secolo fa. Senza dimenticare il mega concerto – completamente gratuito – dei System of a Down in una piazza della Repubblica gremita all’inverosimile, la marcia in ricordo delle vittime che ha coinvolto, letteralmente, tutto il Paese e il viola del “Non ti scordar di me”, con una scelta del fiore per la commemorazione tutt’altro che casuale, incollato su ogni abito, automobile e angolo delle strade.

Il passato, si diceva, come realtà indissolubile pure della contemporaneità. E anche, o forse sarebbe meglio dire soprattutto, della politica nazionale di un Paese di appena 3 milioni di anime. Perchè in un’Armenia che non dialoga con la Turchia – Ankara è il grande nemico per il mancato riconoscimento del genocidio e per una rivalità tra i due Paesi che porta il confine di Stato ad essere, nel 2015, ancora bloccato a doppia mandata –, che continua a scontrarsi militarmente con l’Azerbaigian per il controllo di uno spicchio di terra – sconosciuto alla maggior parte del resto del mondo – chiamato Nagorno Karabakh e che gli unici rapporti di buon vicinato li coltiva con la Georgia e con l’Iran, lo sbocco naturale diventa, inevitabilmente, la Russia. Lo capisci dalle (mezze) parole del ministro degli Esteri Edward Nalbadian, da quelle del titolare del dicastero all’educazione Armen Ashtoyan e perfino dalle risposte date ai ragazzi del Demyc dal Presidente della Repubblica Serzh Sargysan. Uno che, tanto per capirci, nel 1990 fu eletto nel Soviet Supremo dell’Armenia e che – superato lo tsunami di perestrojka e glasnost – guida la Nazione anche nell’epoca del libero mercato.

Se poi ci aggiungiamo che anche tra le nuove generazioni, a parte qualche eccezione, si parla russo e non inglese come seconda lingua. Che da ottobre l’Armenia è entrata a far parte dell’Unione economica eurasiatica (assieme a Russia, Bielorussia e Kazakistan) e che Vladimir Putin – vero motore dell’iniezione di miliardi di rubli nel Paese – è stato accolto per il centenario come una piccola divinità, bene si capisce come da queste parti l’Unione europea, almeno per il momento, difficilmente riuscirà a sfondare. Anche se come spiega Anzolini «la mano tesa di Bruxelles nei confronti di Yerevan c’è e ci sarà sempre, in particolare per le nuove generazioni di armeni». Questo è il presente, per il futuro si vedrà. Ed è questa la vera sfida dell’Armenia che, una volta archiviato il centenario, dovrà affrontare i problemi più contingenti di un Paese povero e in cui i 70 anni di dominio sovietico sono più visibili di quanto lo splendido e moderno centro di Yerevan vorrebbe mostrare a un visitatore occidentale.

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