Francesco De Gregori: «Quella sera vidi il mio faro, era De Andrè»

Storie e ricordi per i quarant’anni di “Rimmel”. Il concerto “Vivavoce tour” mercoledì sera in castello a Udine

UDINE. Viva l’Italia. , 1979. «Colpì quell’inno. I benpensanti vacillarono di fronte a un gesto notoriamente di destra, uscito, invece, da uno di sinistra. Non fu nemmeno un eccesso di patriottismo, diciamo una ballata popolare». Ebbe lo sguardo lungo, lui, come si confà agli artisti visionari. L’Italia assassinata dai giornali e dal cemento.

«In realtà i giornalisti se la presero parecchio». Il Vivavoce tour di Francesco De Gregori rimette in movimento un sacco di pensieri legati a decenni andati. I quarant’anni di Rimmel hanno innescato doverose celebrazioni.

Qualcuno usa e osa una sorta di operazione lifting, necessario ripristino di melodie appartenute a storie sì recenti, ma comunque legate a ere sommerse. Conosciamo bene l’andamento contemporaneo: è quasi imprendibile tant’è veloce.

«Con sincerità - dice De Gregori - la questione del lifting non mi piace un granché. Il bisturi serve a migliorare eventuali difetti. Non mi pare che le mie canzoni ne abbiano. Qualcuna inevitabilmente si ossida. Pazienza. Giusto togliere un po’ di polvere e rinfrescarle. Eviterei anche celebrazioni, direi meglio festeggiamenti».

Virando per un attimo nella nuda cronaca, l’appuntamento è ghiotto. Mercoledì 22, complice Euritmica e il comune, Francesco De Gregori, con il suo prezioso carico di musica, salirà in castello. Il cantautore si ricorda un concerto allo Stadio Friuli, piovosissimo, spalleggiato dall’amico Lucio. Stavolta il cielo non preoccupa.

Rimmel, 1975. Chi c’era e metteva su dischi, ce l’ha piuttosto caro. Si dice che l’autore lo scrisse per seminare la delusione di un amore finito.

«I sentimenti sono i migliori amici degli artisti. È successo a tutti di vivere i dolori del cuore e il miglior modo di esorcizzarli è buttarli fuori. Ma quando soffri crei ben poco. Al contrario di quel che si ipotizza. Ovvero: la malinconia produce capolavori. Mah, forse funziona, ma non con me. Semmai è la serenità, magari conquistata, a stabilire le regole. E tutto gira».

E siamo sempre a roteare il mestolo dentro i Settanta. Peggio? Meglio? Non sempre i dietrofront sono salutari. «Io ricordo un De Gregori di ventiquattro anni con tanta voglia di fare. Per la memoria, eventualmente, ci sono i manuali di storia».

Viva l’Italia, 2015. Vale la pena incitarla, questa Italia. Ha un respiro affannoso. «Se la Penisola soffre, il mondo non se la passa meglio. La musica può servire ad alleggerire le preoccupazioni. No?».

Se non altro può trascinarti in qualche altrove più rassicurante. Ecco, restiamo in zona. Spinge un dubbio. Noi continuiamo a cantare le canzonette dell’altro secolo e quelle di oggi spariscono alla fine di una stagione.

Che ne dice? «È cambiato il modo di ascolto e si è aggiunta la rete. Sembrano due cose da nulla, invece...». De Andrè e Dalla. Sinergie che hanno inciso. Vorremmo andare un salto nel retrobottega e vedere cosa accadde.

«Stavo suonando in un locale di Roma e vidi Fabrizio fra il pubblico. Qualcuno lo aveva accompagnato apposta. Immaginate di vedere di fronte a voi quella persona che avete sempre considerato un faro. Lucio era della scuderia Rca romana. Fu inevitabile infilare la stessa porta. E un destino, credo».

Stelutis Alpinis, 2015. «L’amava tanto mio padre, quella melodia. Il magnifico suono della lingua friulana. Non volevo si perdesse. E l’ho fatta mia».

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