Patti Smith: «Fu Pasolini a indicarmi la strada»

La sacerdotessa del rock sarà stasera, alle 21.30, a villa Manin per celebrare il poeta a quarant’anni dalla morte

UDINE. Gli incontri sono occasioni. Decidere se aprire o meno le porte della propria coscienza per far entrare quello che sta dall’altra parte è assumersi la responsabilità della non aspettativa: arriva quel che arriva, nel bene e nel male.

Probabilmente Patti Smith non pensava a nulla di particolare quando si è messa davanti allo schermo per assistere alla visione del Vangelo secondo Matteo, film diretto nel 1964 da Pier Paolo Pasolini. Eppure, è stato proprio in quel momento in cui è avvenuto l’incontro tra lei, che non era ancora la sacerdotessa del rock e lui, che era già il grande intellettuale entrato nella storia.

«Il Vangelo secondo Matteo cambiò la percezione che avevo di Gesù – ricorda Patti Smith - in un momento in cui avevo deciso di ribellarmi alla religione per affermare la mia identità. Pasolini mi mostrò Gesù da un altro punto di vista, indicandomi un rivoluzionario che cercava di cambiare le cose».

L’incontro, la scintilla, l’occasione di entrare in un mondo nuovo, conoscerlo e, infine, celebrarlo».

Patti Smith, infatti, sarà oggi nel cortile d’Onore di Villa Manin alle 21.30 proprio a omaggiare l’uomo e il poeta, a 40 anni dalla sua scomparsa, con un concerto incentrato sul disco che la Smith ha inciso in quello stesso anno, il 1975.

Horses è quell’album, una vera e propria pietra miliare della storia del rock, un album convulso, originale, così originale ed autentico da essere terribilmente attuale anche oggi e che comincia con le pungenti parole di Gloria «Jesus died for somebody's sins but not mine».

«In generale bisogna sempre avere il coraggio di decidere per se stessi. Questo è il senso di quel verso di Gloria. Non è una frase contro Gesù né contro una religione – ammette la Smith - il significato è un altro, ovvero che mi prendo la responsabilità delle mie azioni».

Un pensiero che ricalca l’indipendenza pasoliniana, sebbene con sfumature diverse, che ha messo entrambi su una carovana del tempo destinata a renderne sempiterne le idee.

«Non mi aspettavo di essere qui quarant'anni dopo, non c'era quell'idea - ricorda - ero solo una ragazza che cercava di vivere il presente, di godere del momento, nella speranza di ispirare altre persone. Sono sincera: questa longevità continua a sorprendermi, per questo va celebrata. Sono qui. Sono sopravvissuta».

Un sopravvivere che non è e non è stato limitarsi alla superficie, ma un cercare sempre il senso più profondo delle cose, come dimostra il suo tour “Patti Smith and her band perform Horses 1975 – 2015”, che la porterà in Friuli insieme a Lenny Kaye e al figlio Jackson Smith alla chitarra, Jay Dee Daugherty alla batteria e il fedelissimo Tony Shanahan al basso.

«Il tour è una celebrazione della vita. Voglio far capire che, anche 40 anni dopo aver registrato Horses, ho ancora qualcosa da dire e che ognuno di noi può continuare a lavorare fino a quando vuole se ha cura di se stesso».

Organizzato da Zenit srl in collaborazione con l’Azienda Speciale Villa Manin e il Centro Studi Pier Paolo Pasolini, il “Concert for Pasolini” che chiuderà la rassegna Villa Manin Estate, vuole dunque far rivivere ancora una volta il senso di potenza dell’intelletto e dell’indipendenza culturale che la Smith e lo stesso Pasolini hanno predicato, pur senza voler essere predicatori.

«Il suo film mi folgorò alla fine degli anni Sessanta, poi cominciai a leggere libri e articoli rimanendo affascinata da questa figura capace di essere poeta, regista, scrittore, attore, intellettuale, analista politico, tutto nello stesso momento. Per quel che mi riguarda, io non ho mai voluto una carriera –conclude la poetessa del rock- ho sempre fatto ciò che credevo giusto fare, perché solo ascoltando la propria coscienza si resta liberi».

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