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Capuozzo e i due marò: «Pasticciaccio italiano»

Il reporter tv col suo libro oggi alla Friuli e domani allo stadio

2 minuti di lettura

UDINE. Un pasticciaccio zeppo di errori e superficialità, in cui a pagare è, italicamente, solo il livello piú basso. Questo racconta “I segreti dei marò”, del giornalista e scrittore Toni Capuozzo, recentemente edito da Mursia.

La ricostruzione della vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre (che anni addietro era stato capo scorta dell’autore, in Afghanistan) sarà presentata sabato, alle 11, alla libreria "Friuli" di Udine, in via dei Rizzani. Con l’autore dialogherà Marco Belviso, l’opinionista udinese che guida la rivista Web “Il Perbenista”.

Capuozzo sarà poi domenica alla Club House dello stadio Friuli, alle 16.30, per parlare del suo libro.

Capuozzo, di che "segreto" si tratta?

Avrei potuto usare il plurale, perché ci sono molti dettagli e retroscena ignoti all’opinione pubblica. Segreto di Pulcinella sono i tre anni e mezzo di attesa senza un processo, senza un rinvio a giudizio, senza un capo di imputazione depositato.

L’Italia delle istituzioni e l’Italia delle informazioni si sono mosse dando per scontata la colpevolezza, a partire dal risarcimento alle famiglie dei pescatori uccisi. Girone l’ha detto forte, nella teleconferenza davanti alle commissioni difesa di Camera e Senato, il 2 giugno 2014, dopo il ritorno in India.

Ritorno che non sarebbe mai dovuto avvenire, secondo il libro.

È stato un errore clamoroso. Sono convinto che l’India, molto magnanima nel riconoscere prima il rientro natalizio, e poi quello elettorale, sperava che la vicenda potesse concludersi cosí. Dopo qualche rituale protesta, il caso si sarebbe chiuso.

Non ci avremmo fatto bella figura...

E invece adesso sí? Si può credere che i marò siano innocenti, e io lo credo, o ritenerli colpevoli, ma è scandaloso il fatto che siano stati abbandonati, dalla politica e dalle gerarchie militari. Parrebbe che non esistano responsabilità a parte quelle di Girone e Latorre.

Invece...

La legge La Russa, che ha messo i fucilieri sulla nave, è stata votata anche dalle opposizioni. Frettolosa, superficiale, non ha proceduto a un Sofa (Status of forces agreement), un’intesa giuridica con l’India sulla presenza delle nostre forze armate. Nel caso del Cermis, spesso citato a sproposito, i piloti statunitensi sono stati processati in America proprio perché un Sofa tra i Paesi Nato lo prevede.

La nave però non era diretta in India...

La sfiorava. Uno degli elementi addotti dall’Italia gioca a favore di Dehli: sosteniamo che la missione era nell’ambito della risoluzione Onu sulla lotta contro pirateria. Ma questa precisa “al largo delle coste somale”, dunque tirarla in ballo per un fatto avvenuto a 20 miglia dall’India appare arrischiato.

Nel libro si sostiene che sono state falsificate delle prove.

Dall’autopsia il diametro dei proiettili estratti dà un’unica possibile risultanza: il calibro 162, usato dalle forze Nato e dall’India, ma non in dotazione ai marò. Al momento delle prove balistiche, sono stati esibiti dei proiettili 556, compatibili con le loro armi. Nel libro lo dico sulla base di indiscrezioni, ma recentissimamente, con la consegna dei documenti al Tribunale del diritto internazionale marittimo di Amburgo, la cosa è divenuta ufficiale.

Si è sempre detto che in India il caso è stato strumentalizzato per ragioni politiche. È vero?

Verissimo, è occorso proprio mentre nel Kerala era in corso una violenta campagna elettorale che aveva per posta un seggio decisivo per la sopravvivenza del governo dell’ “italiana” Sonia Gandhi. Ma ormai è cambiato tutto. A Dehli comanda Modi, che però, avendo un orientamento nazionalista, non può fare concessioni. Pilatescamente si è lavato le mani dicendo che la competenza è della magistratura.

Adesso quali previsioni si possono fare?

Il diritto dipende molto dalle interpretazioni, quello internazionale di piú. Dovrebbero volerci due anni e mezzo.

Il che vuol dire che Girone e Latorre potranno difendersi da un’accusa infamante, davanti alla quale protestano la loro innocenza, sei anni dopo i fatti. Italia e India dovrebbero trovare una soluzione extragiudiziale, togliendo, nelle more, il vincolo alla libertà personale.

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