Caracci come Bartolini: cosí finí Ragusa

L’avvocato udinese scrive il suo “Pontificale in San Marco” raccontando con finezza il declino della “sorella” di Venezia

PAOLO MEDEOSSI. Così rivali, così simili e così unite nel comune destino (con momenti di farsa) che ne segnò il tramonto. Vanno di pari passo le vicende di Venezia e di Ragusa (l'attuale croata Dubrovnik), pur tenendo conto delle rispettive proporzioni. La Dominante fu tale di nome e di fatto mentre sulla costa dalmata crebbe una sorellina minore, orgogliosa e ambiziosa, tanto da meritarsi l'appellattivo di quinta repubblica marinara, il cui motto era limpido e dichiarato fin dagli inizi, ovvero “La libertà non si vende per tutto l'oro”. Ma intenti e desideri dovettero fare i conti a un certo punto, dopo secoli fenomenali, con la grande novità che come un turbine inarrestabile arrivava dalla Francia, tutto travolgendo e mutando. Sotto l'incalzare delle truppe di Napoleone, Venezia e Ragusa piegarono i loro capini, ormai stremati da decenni di decadenza economica, politica e militare. C'è un intenso dialogo che riassume bene i sentimenti e i significati di tutto ciò, ben presenti a chi studia con passione quel periodo apocalittico. All'ultimo grande Rettore di Ragusa, un certo Pietro, appare in sogno il nemico di sempre, il Doge di Venezia, che gli confida: “Il nostro tempo è trascorso, questo è secolo francese. Nulla poteva essere rimediato e occorre adattarsi; noi, fratelli, andremo un attimo prima di voi, la violenza dei tempi nuovi compirà ogni cosa e distruggerà i progetti del passato; sarà vano serrare i portoni e i cavalli calpesteranno piazza San Marco e lo Stradun, senza rispetto”.

L'incontro, sognato e immaginato, è tratto da un prezioso libro appena pubblicato da Santi Quaranta, il colto editore di Treviso che continua a seguire con intelligenza il meglio della letteratura che nasce in Friuli. E ciò accade fin da tempi di Bartolini e Giacomini. Il libro si intitola “Il tramonto di Ragusa. Declino e caduta di Dubrovnik” (130 pagine, 13 euro) e rappresenta una nuova tappa nell'opera dell'avvocato udinese Cristiano Caracci, appassionato cultore di storia del diritto italiano e da sempre innamorato di Ragusa e delle sue vicende, cui ha dedicato altre opere come “Né turchi né ebrei ma nobili ragusei” e “La luce di Ragusa” oltre al romanzo storico “L'Adriatico insanguinato”, questi ultimi due sempre usciti per Santi Quaranta. Dopo aver narrato i secoli d'oro, adesso si arriva dunque al tramonto della piccola repubblica adriatica, attraverso una ricostruzione che unisce fatti reali ad altri nati dalla fantasia dell'autore e proposti attraverso alcuni personaggi-simbolo, tra i quali un posto a sé spetta al “magister organorum”, e cioè mastro Antonio Furlanis che a un certo punto viene fatto cercare nella remota Udine avendo acquisito grande fama e autorità nel restauro e nella conservazione degli organi antichi. Ragusa aveva appunto questo problema dopo i danni provocati dal terremoto del 1667 che l'aveva quasi rasa al suolo. Antonio dunque partì per la Dalmazia, stupendo durante i tre anni di lavoro il popolo raguseo che si accalcava fuori del duomo mentre lui all'interno collaudava lo strumento eseguendo musiche di Frescobaldi.

Il libro di Caracci è un intrigante intarsio di personaggi e dettagli, esito di una scrittura poetica ed elegante, quasi fuori del tempo rispetto ai canoni attuali in letteratura. Ed è lo stile più consono per spiegare il male profondo diffuso nella città dalmata, in stupita attesa della ineluttabile spallata napoleonica. Non bastano personaggi integerrimi come il rettore Pietro a evitare il patatrac finale o le altre figurine creative, laboriose, dense di umanità, accanto alle quali giganteggia il corrottissimo Simone, avido e senza scrupoli, che è l'ultimo Rettore, un ruolo questo analogo al Doge veneziano. La Serenissima ebbe in tutto nella sua storia ultramillenaria 120 Dogi, uno solo di origine friulana e fu proprio l'ultimo, Lodovico Manin, quello al quale Ippolito Nievo, nelle sue “Confessioni”, attribuisce la celebre frase in dialetto “Stanotte no semo sicuri gnanca nel nostro letto”, pronunciata mentre i francesi bussano alle porte della laguna. Invece ben più numerosi furono i Rettori ragusei (pare 5 mila) visto che restavano in carica anche un solo mese per evitare che il potere fosse monopolio di qualcuno. Venezia cede di botto a Napoleone nel 1797 mentre a Ragusa il nefasto Simone esulta pensando che la fine della Repubblica veneziana possa essere una vittoria della sua città, rivale da sempre e gelosa della propria autonomia. Invece lo stesso accadrà alcuni anni dopo, il 31 gennaio 1808, quando il generale Marmont arrivò a cavallo sullo Stradun. Abrogato il Senato, a quel punto il Rettore riuscì a ottenere dall'invasore una sola minima concessione, affinchè le truppe di occupazione sfilassero due giorni dopo, festa del patrono, senza armi e alzando le bandiere di San Biagio. Cosa che i francesi fecero naturalmente, tra mille risate.

Il libro di Cristiano Caracci dona queste e altre emozioni, immerse nella luce soffusa e un po' malinconica d'un passato che si chiude, suggerendo un modo per prendere il largo seguendo le rotte dell'Adriatico, tra immaginazione e realtà. “Il tramonto di Ragusa” (che sarà presentato dall'autore e dal professor Mario Turello sabato 19 dicembre, alle 11.30, nella libreria Tarantola di Udine) propone il ritratto di una società incapace di comprendere i tempi moderni, che tentava di affrontare con strumenti antichi, rimanendone alla fine spiazzata. Aveva perso quel vigore morale e quelle debolezze che erano stati la sua forza. Un affresco che somiglia al mondo di oggi, qui e ovunque.

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