Pedullà riscopre Giuseppe Solardi il poeta eremita

Vive a Cervignano e ora pubblica “Via con l’ombra” Magris lo mette tra i grandi. Sua la “messa” per Marx

Giuseppe Solardi è un poeta friulano che vive appartato, quasi solitario, nei pressi di Udine. Non potrebbe essere più isolato ma intanto sono in molti ad averlo visto di persona, secondo la legge che regola l’incontro di Maometto con la montagna. Io l’ho conosciuto a Roma, l’ho più volte sentito per telefono, che notoriamente è un buon canale con cui comunicare con il troppo e il vano anche analisi e giudizi politici e letterari. È informato di ciò che succede nella società e s’è fatto le sue idee. E talvolta le concentra anche in epigrammi politici che sono inedici ma che io ho letto, senza condividere.

A vederlo, settantanove anni “giovanili”, sorridente cordialità, si direbbe che non ce l’abbia con nessuno, ma questo nostro mondo assai poco gli piace e se ne ritrae, con sdegno tranquillo e ironico. Dietro tanta bonomia potrebbe nascondersi un moralista, di quelli che hanno fede nella giustizia divina.

Aspettando, scrive versi che pubblica su riviste ben reputate, o nel volume che raccoglie quasi tutta sua produzione (Colloqui con Amleto, Spirali ed.) insieme con gli attestati di stima di Bo, Cattaneo, Luzi, Oldani Pampaloni, Raboni, Vigorelli, e con la prefazione di Ramat, che, ricordando che a Solardi hanno espresso consenso lettori come Montale, Cecchi, Carlo Levi, Bassani, Bacchelli e Betocchi, non nasconde l’entusiasmo: “Un’opera straordinaria, da non perdere”. Solardi è stato riscoperto parecchie volte. Questo libro dovrebbe rendere giustizia umana, anche se oscillante per gusto, che ora gode dell’aria immobile per bonaccia di storia.

Non avendo nulla di pratico da fare, Solardi rumugina molto i concetti prima di versarli su carta. S’è dato il compiato di capire il mistero e di comunicare le sue istruttorie sul campo e le sue valutazioni. Da qualunque parte, regione, paese la osservi, sempre vita è, c’è tutta la vita anche nella periferia dove ora s’è scelto di sopravvivere, dopo aver fasto l’elastico con la città. Quello che non ha visto ad occhio nudo lo immagina attraverso gli autori del passato con cui si accompagna nelle passeggiate. Gli basta tenere il passo, il ritmo del piede. Sa dove sta andando e non corre per arrivarci. Non è uno che cambia idea, la visione è sempre la stessa, cerca conferme e le trova.

Per iscritto Solardi è davvero un uomo di poche parole. Parti con forcipe, i versi non vengono giù precipiti per cascata o romantica pioggia. Non ha fretta questo poeta “di un solo libro”, perenne work in progress. Gli interlocutori gli danno tutto il tempo che vuole. E lui non abusa del tempo altrui, non inonda i lettori di versi corrivi. L’“esistenziale avventura” non cede facilmente il senso, bisogna trovare la musica cui si arrende. Il contegno soprattutto. Tanto, si è sempre nei paraggi. Natura non facit saltus. Nemmeno Solardi che non cavalca gli ictus.

C’è chi è andato a trovarlo a Udine: per esempio, Stelio Mattioni, cui molto piacevano le sue poesie. Sono l’unica cosa che interessa a Solardi, solo di poesia vive questo nobil uomo, è l’unico affare della sua vita, mista di letture, molte e antiche ne dimostra, e di scrittura, appena quanta basta per dire l’essenziale. E talvolta bisogna prendere la situazione alla lontana, dal paesaggio, per lungo accerchiamento.

L’ambiente è nitido ed ermetico. Spesso non succede niente ma se guardi bene vedrai la bella sorpresa: “da una lapide mi ha sorriso un femminile / volto quasi in ombra di mesta cortesia”. Solardi non sta mai solo, lui la trova sempre la compagnia. Materia preferita dell’epigafista è il marmo che è ovviamente gelido.

A Solardi non piace fare il misterioso, il componimento esibisce chiarezza di propositi e d’espressione. Se non sono incubi, si tratta di luoghi poco frequentati. Se uno lo cerca con gli ismi e le scuole, lui è altrove. In questo libro, che sfogli con l’impressione di esserci già stato si celebra la resurrezione. Ci sono monumenti, ruderi, città morte, ma arriva sempre la buona novella: alla poesia che ci mette una bella parola non si nega mai la vita.

È stata eretta una statua, dovrebbe riconoscerla anche il lettore quando il poeta confessa: “E ivi riconosco costui / nella statua di un eroe inerme / bianca sotto la neve eretta tra le erme”. Chi è mai costui?

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