Le Valli fra Italia, Austria e il rimpianto di Venezia

Venerdí, ricorrenza del plebiscito del 1866, un convegno a San Pietro al Natisone con storici e linguisti

SAN PIETRO AL NATISONE. Gli sloveni del Friuli e il plebiscito del 1866 che sancì l’annessione della Benecija al giovanissimo Regno d’Italia saranno al centro di una giornata di studi che si terrà venerdì nella sala del consiglio di San Pietro al Natisone, a partire dalle 9, e alla quale parteciperanno una ventina di specialisti tra storici, etnologi e linguisti.

Il convegno, intitolato “La Slavia Veneta: conseguenze del plebiscito del 1866 e sviluppo economico, sociale e culturale del territorio”, è organizzato dalla Sezione di Nova Gorica del Centro di ricerche scientifiche dell’Accademia slovena della scienze e delle arti, in collaborazione con l’Istituto di cultura slovena di San Pietro al Natisone, i musei di Nova Gorica e Tolmino, la Fondazione “Vie della pace dell’Alto Isonzo”, la Biblioteca nazionale slovena degli studi di Trieste e l’Istituto sloveno di ricerche, con il sostegno dell’Ufficio del Governo della Repubblica di Slovenia per gli sloveni d’oltreconfine e nel mondo.

Centocinquant’anni fa scoppiò la guerra tra l’Austria e la Prussia, che si era assicurata l’alleanza italiana (per questo del conflitto si parla anche come di “Terza guerra d’indipendenza”).

Dopo un mese e mezzo la vittoria delle armate di Bismarck a Sadowa decretò la nascita della Germania.

Vittorio Emanuele II invece, malgrado le sconfitte a Custoza e Lissa, tramite l’intermediazione di Napoleone III, ottenne il Veneto e parte del Friuli, gli stessi territori che prima dello scoppio della guerra erano staie offerti dall’Austria ai Savoia in cambio della loro neutralità.

«Ancora una sconfitta e mi chiederanno Parigi!», commentò l’imperatore francese (in Austria venne coniata la battuta: «L’Italia è come una bistecca, piú la batti, e piú si allarga»).

Significativo fu l’atteggiamento degli sloveni cittadini veneziani, passati all’Austria settant’anni prima con il trattato di Campoformido.

Questi avevano avuto dalla Serenissima, oltre al rispetto per la lingua locale, agevolazioni fiscali e autonomie sino alla giurisdizione civile, condizioni che l’Austria non mantenne.

Di qui un anelito verso l’Italia, vista come prosecutrice naturale della politica veneziana. Di qui i moti quarantotteschi, l’inno “Predraga Italija” di don Pietro Podrecca e la partecipazione alle imprese garibaldine di Carlo Podrecca (cui Bixio consegnò la sciabola di tenente dopo la battaglia di Milazzo).

Il passaggio all’Italia rappresentò però una cocente delusione: non vennero ripristinati gli antichi benefici della Repubblica di San Marco, e iniziò una politica snazionalizzatrice (Carlo Podrecca scrisse cosí una dura “Polemica”, e don Pietro l’inno “Slavijanka”).

«Ancora prima del plebiscito – peraltro non decisivo, perché tutto era stato stabilito in anticipo – gli sloveni rimpiangevano la Repubblica di Venezia, non le autorità austriache, che nel 1833 li avevano privati dell'autonomia. Però l’Italia, che nel compimento dell’unità seguiva una mentalità centralista, non la rinnovò e abolí la possibilità di usare la lingua slovena in pubblico, cosa che in precedenza, seppure in misura modesta, veniva concessa», spiega Gorazd Bajc, componente del comitato scientifico con Branko Marušic e Petra Kolenc.

«Nella nuova realtà statale gli sloveni si lamentavano per la situazione economica, per il liberalismo che penetrava nella vita religiosa e per l'italianizzazione pianificata nel mondo dell'istruzione e nella vita religiosa». (lu.san.)

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