Dondero, il “guardastorie” con solidarietà e indignazione

Il Menocchio pubblica l’omaggio all’artista dell’obiettivo a un anno dalla morte Diceva: «Non ho nulla contro la bellezza nelle foto, ma impedisce di raccontare»

“Dov’è Dondero!”, sicuramente “...a canticchiare la vita con la macchina fotografica”: sono il titolo e il sottotitolo del volume edito nella collana Primi Piani dal circolo culturale Menocchio a un anno dalla scomparsa (il 13 dicembre) del grande fotografo. Contiene un reportage realizzato tra la gente della Val Cellina al quale è unito un dvd con una intervista. Il volume è corredato con testi di Gianluigi Colin, Angelo Mastrandrea, Tommaso Di Francesco, Angela Felice, Luigi Natale, Rosanna Paroni Bertoia e del giornalista di Repubblica Michele Smargiassi, del quale pubblichiamo un estratto.

di MICHELE SMARGIASSI

Dov’è Mario? Non sta mai fermo. Non sta mai a Fermo. Ha scelto di vivere nell’unico posto del mondo che abbia un nome che non gli si addice. È fatto così lui, si diverte a non star fermo (ma se non si divertisse, sarebbe stato un uomo fermo).

Dov’è finito Mario? Boh, prima o poi si farà vivo. Fa sempre così. Ci darà sue notizie. Anzi no, ci darà notizie degli altri. Oh, ha sempre fatto così, tu gli chiedi di quella volta, e lui ti dice con chi era. Ti racconta tutto di lui/lei. Sì ma diavolo, Mario, io ti avevo chiesto di te.

Flashback. Foggia, non molto tempo fa. Due ragazze entrano titubanti, per curiosità, o forse solo per noia, nella sala mostre del Fotoclub. Guardano incerte le fotografie in bianco e nero, leggiucchiano le didascalie.

Un signore anziano dal sorriso seduttore le avvicina, comincia a spiegargliele, si mette a raccontare, a far vivere quelle fotografie, oltre la cornice, prima e dopo lo scatto. Lo ascoltano indecise, tra affascinate e diffidenti. Ringraziano. Se ne vanno.

Mario Dondero non ha detto loro il suo nome. Non ha detto che le foto sono sue. Non ha neanche mai detto “io”.

Le due ragazze non lo sapranno mai, di avere goduto del privilegio di una visita guidata personalizzata da uno dei nostri più grandi fotoreporter. A lui interessano le storie, non il cantastorie. A lui interessano le storie che si possono guardare. È un guardastorie.

Le foto le fa col termometro, più che con l’esposimetro. Per lui le fotografie (non solo le sue) si dividono in due categorie: quelle fredde e quelle calde.

Le prime hanno tutto, proporzione, composizione, equilibrio, tutto tranne l’ingrediente che gli fa preferire le seconde: «una scintilla di indignazione e di solidarietà». Dice: «Non ho nulla contro la bellezza nelle foto di reportage, ma in molti casi è solo decorazione: e questa diventa una forma di censura indiretta, perché impedisce alla foto di raccontare».

Donne saharawi che issano precarie capanne, contadini portoghesi vestiti come nel medioevo, palestinesi in lacrime davanti a case distrutte, studenti su piramidi di pavé a Parigi nel '68. Cose calde.

Ma poi, se gli chiedi di scegliere una foto del cuore, tira fuori quella di un menino de rua di Bahia che una volta sorprese addormentato fra le braccia materne, ma fredde di una statua di bronzo; e si scusa quasi, «be’, in questa foto non c’è molta indignazione...». C’è di più.

Le sue foto son piene di volti, legati da somiglianze imprevedibili. «Non è che le persone mi interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono». Perché le trova simpatiche. Quasi tutte.

Raro che le sue fotografie non attraversino volti di donne e di uomini, descritti dal bianco/nero come nessuno scritto nero su bianco potrebbe: l’espressione malinconica del capostazione di Tambacounda, in Senegal, somiglia al sorriso imbarazzato di Pierpaolo Pasolini con la mamma angelo custode dietro le spalle, nel ritratto più bello che gli sia mai stato fatto.

I volti delle celebrità attirano Mario come “beni culturali comuni”, da tutelare, da tramandare ai posteri. Ma lui, come persona, è un umanista solitario, se è lecito l’ossimoro. «Il reporter è un individualista che contribuisce a un’opera collettiva», dice.

A domanda, risponde: «Sono un fotoreporter». Dei padri dell’agenzia Magnum, Cartier-Bresson, Chim, Rodger, l’unico che non è riuscito a incontrare di persona è proprio quello a cui si sente più affine: Bob Capa, gran cuoco di foto imperfette e calde, il cui onore una volta è andato a riscattare in Spagna, seguendo le sue tracce per dimostrare che la tanto discussa foto del Miliziano morente non era un falso.

Perché sia chiaro, per Mario il confine è netto: «Se accettassimo il principio che il falso può essere più aderente alla realtà del vero, cadrebbe il rispetto per il mondo». Non potrebbe dirlo meglio. La sua idea di buona foto non comprende il virtuosismo dell’attimo, l’acrobazia dell’emozione, la calligrafia del dolore: «Troppa estetica uccide la verità», dice. Perché la sua fotografia, come gli scrisse e lo descrisse in versi Nanni Balestrini, è stare «dalla parte dell’uomo», là dove «c’è la faccia dell’uomo che / guarda in faccia un / uomo che lo guarda».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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