L’autore di Capitani coraggiosi nelle trincee tra gli alpini 

Il vincitore del Nobel nel 1907 sulle montagne friulane da reporter di guerra. Scriverà tre articoli memorabili e anche un libro “The War in the Mountains”

Nel maggio del 1917 Kipling arriva in Italia: «La più antica e la più giovane fra le nazioni», annota, ma anche «il mondo più strano che io conosca». Accompagnato dall’amico Perceval Landon, è a Roma dal 5 all’8. Il 9 arriva a Udine («città bellissima»), accolto come ambasciatore ufficioso del governo britannico presso il quartier generale del Re e dal generale Cadorna. Da Udine parte per il fronte, che visita dal Carso a Cortina d’Ampezzo al Trentino sino al 14.

Il 10 maggio incontra nella pianura friulana una primavera incantevole che stride penosamente con il rombo della guerra. Non perde l’occasione di celebrarne gli abitanti: in simbiosi con la loro terra, grandi lavoratori, capaci di costruire una viabilità molto efficiente.

Giunto sul Carso, visita con il colonnello Pirelli e il generale Capello una stazione della Croce Rossa e le postazioni avanzate. Poi, il giorno prima della decima battaglia sul «ventre di pietre» dell’Isonzo: Gradisca, Gorizia, le posizioni italiane sul Podgora («montagna di fango»), a nord del Sabotino, lungo il Kolovrat fino sopra a Tolmino… E tocca con mano la crudezza dell’ambiente, soprattutto sul Monte Nero.

Raccoglie intanto appunti per due articoli che, uniti ad altri tre, pubblicherà di lì a poco: prima sul “Daily Telegraph” in Inghilterra e sul “New York Tribune” negli Stati Uniti, poi nel libro “The War in the Mountains. Impressions from the Italian Front” (subito seguito da una prima edizione italiana, a Milano).

Un sesto articolo, invece, viene censurato per non nuocere alle relazioni con l’alleato: contiene, infatti, descrizioni poco lusinghiere su Roma (bella e fiorita, ma immersa in un’aria di corruzione), sul suo mondo politico e sulla sua nobiltà persa negli agi e negli ozi, mentre al fronte i soldati vanno al macello.

Sulle montagne, Kipling può osservare e descrivere quella particolare guerra di trincea e l’incredibile forza e capacità dei militi che piegano l’aspra natura alpina alle esigenze belliche: agili, adattabili, pronti a sopportare in modo quasi naturale le condizioni più estreme.

Lo impressionano i durissimi scontri su postazioni che ricevono truppe e approvvigionamenti da località molto distanti, attraverso le nuove strade che «dalle arterie principali si suddividono in sentieri e mulattiere così esili e sottili da sembrare i vasi capillari disegnati in un diagramma di botanica».

Circa gli alpini, scrive ancora: «Sono uomini abituati a portare carichi su sentieri non più larghi di cinquanta o sessanta centimetri; girano intorno a precipizi di mille piedi di profondità. Il loro linguaggio è il gergo delle montagne, con una parola adatta per ogni aspetto e capriccio della neve, del ghiaccio, della roccia… I chiodi ritorti delle loro scarpe paiono zanne di lupo e sono altrettanto aguzzi; gli occhi, acutissimi, somigliano a quelli dei nostri aviatori». La loro «ardente giovinezza», fatta di «energia, sprezzo del pericolo, sincera cortesia», rimarrà – assicura – fra i suoi «ricordi più cari e imperituri».

Ne conclude che «un’impresa più eccezionale della conquista e del controllo di questo specifico territorio, in termini di progettazione, preparazione e resistenza ad atrocità inimmaginabili, non si era mai vista prima di allora». Malgrado ciò, tale impresa era sinora «passata quasi inosservata agli occhi delle altre nazioni, ciascuna sprofondata nel proprio inferno personale».

Certo, l’intento propagandistico di Kipling per l’alleato è evidente; e gli elogi a Vittorio Emanuele III, a Cadorna e all’organizzazione degli italiani suscitano inevitabili perplessità. Nondimeno, nelle relazioni con uomini e reparti si respira un’aria di condivisione genuina: «Non c’è sfoggio, né aria di parata, né ostentazione»: «Ecco – ognuno sembra voler dire – il lavoro che facciamo, gli uomini e i meccanismi che adoperiamo. Traetene le vostre conclusioni».

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