Pietro, l’uomo che comunica con gli alberi

Oggi alla Moderna sarà presentato il libro di Maroè “La timidezza delle chiome”

Avete mai provato a cambiare prospettiva rispetto al vostro più profondo punto di vista? Non solo variare la vostra posizione, ma proprio esercitarvi nel famoso “mettersi nei panni dell’altro”. Difficile, vero? Pensate a farlo quando dall’altra parte non c’è una persona ma una pianta. Anzi, un albero. È nato all’ombra di questa sfida, Pietro Maroè, giovane presidente di SuPerAlberi, treeclimber e istruttore professionale della disciplina, arboricoltore, valutatore di stabilità certificato e studente di ingegneria. Ma Pietro, prima di tutte queste cose è anche figlio e nipote d’arte, sempre che l’amore per gli alberi si possa definire così e non piuttosto “unica scelta di vita”. Suo padre, infatti, è il noto Andrea Maroè, agronomo e pioniere del treeclimbing e dell’arboricoltura ornamentale in Italia. A raccontare come riesce a mettersi nei panni degli alberi, ogni giorno e con infinita passione, sarà lo stesso Pietro oggi, giovedì, alle 18. 30, quando alla Libreria Moderna Udinese presenterà il suo libro La timidezza delle chiome (Rizzoli, 2017). «È un volume nato in sei mesi– ci racconta Pietro col piglio sicuro di chi ha 24 anni ma da sempre sa quello che vuole dalla vita – e quasi casualmente». Ma è proprio il suo testo, in 189 pagine, a insegnarci che raramente c’è qualcosa di casuale in ciò che ci circonda. «Stavo lavorando sugli alberi del parco della tenuta di Blasig di Ronchi dei Legionari e lo stesso giorno era presente la giornalista Concita De Gregorio per fare un servizio. A fine giornata mi ha fermato, incuriosita nel vedere questi ragazzi (i soci dell’azienda SuPerAlberi sono tutti under 30, n. d. r.) inerpicati a trafficare sulle chiome chiedendomi di raccontarle la mia storia, che lei ha tradotto nel suo blog. È stata poi la Rizzoli a contattarmi per domandarmi se avessi altri racconti sulla vita degli alberi... e così è nato La timidezza delle chiome». Un titolo che ci suggerisce quasi la strada per un romanzo, invece ci porta dentro un mondo fatto di clorofilla e meristemi, foglie e radici, rami e vasi xilematici. Un mondo che ogni giorno l’uomo dà per scontato rischiando persino di considerarlo limitato e inferiore. «Ho la tendenza a essere misantropo, perché l’uomo spesso non si merita il posto che ha la fortuna di abitare, limitandosi ad avere una visione antropomorfica del mondo». Parla col temperamento vigoroso dei giovani, eppure Maroè lo fa con cognizione di causa. Il suo primo albero lo ha scalato, sulle spalle di papà, ad appena tre anni e da quella volta non ha più smesso. Ma non si è mai limitato a considerarlo un passatempo, capendo fin da subito l’immensità di quel mondo solo all’apparenza immobile e ammettendo senza vergogna alcuna che, a questi alberi di cui si prende cura, lui parla assecondando il loro carattere. «Gli alberi percepiscono le nostre intenzioni quando ci avviciniamo, sanno subito se la nostra mano è lì per aiutarli o per ferirli. Per questo mi capita spesso di parlare con le piante quando le poto, spiegando loro cosa sto facendo e chiarendo che non sono lì per fare loro del male».

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