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«Basaglia ci ha insegnato che i disturbi psichici si curano nella comunità»

Renzo Bonn e i risultati del Dipartimento di salute mentale «Mi disse? Studia psicopatologia, fai volontariato, poi torna»

di VALERIO MARCHI
2 minuti di lettura

«In regione abbiamo un sistema di salute mentale omogeneo, nato dalla legislazione successiva alla riforma Basaglia, la 180 del 1978». Partiamo da questa affermazione del dottor Renzo Bonn, direttore del Dipartimento di salute mentale del Friuli centrale, per celebrare la ricorrenza e porgli qualche domanda.

Come funzionano i Centri di salute mentale?

«Con il modello “24 ore”, che dà accoglienza continua ai pazienti del Dipartimento: aperti al pubblico nelle ore diurne, i centri sono attivi anche in quelle notturne per gli ospiti nei posti letto. Collocati sul territorio, gestiscono le prestazioni offerte: visite, consulenze, attività nei centri diurni e day hospital, ricoveri».

Quali i vantaggi di questa impostazione?

«Un accesso più facile per la domanda, ma anche per familiari, amici e chi desideri avvicinare i pazienti; la non esclusione dei pazienti; l’abbattimento sia dello “stigma” che il malato di mente si porta dietro sia del mito della sua pericolosità».

Dunque non è pericoloso?

«Lo è come possiamo esserlo tutti. Le statistiche relative ai reati violenti rivelano che le persone con disagi psichiatrici seri hanno una minore incidenza di episodi di violenza».

E i presídi ospedalieri di diagnosi e cura cosa sono?

«Fino al 1978 la psichiatria, che si occupava della malattia e non della salute, era competenza del ministero degli Interni. Con la legge 833, che seguì di poco la 180, psichiatria e salute mentale entrarono del tutto nel sistema sanitario nazionale: uno dei segni di questa trasformazione fu l’istituzione dei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (presenti a Trieste, Udine e Pordenone) per rispondere alle emergenze».

Qual è la situazione dell’Azienda udinese?

«Abbiamo un servizio ospedaliero e 4 centri di salute mentale: tre organizzati sulle 24 ore (Udine Nord, Udine Sud e Cividale), uno sulle 12 ore (Tarcento); nei centri territoriali, poi, esistono centri diurni per numerose attività. Ogni servizio ha 120-150 contatti al giorno».

Ma disponete di risorse sufficienti?

«L’Oms prevede che nel 2020 la depressione sarà la prima causa di disabilità; inoltre i disturbi psichiatrici hanno in media percorsi lunghi: per questo la stessa Oms consiglia ai Paesi membri di impiegare per la salute mentale il 10% del budget sanitario. In Italia, però, la Conferenza Stato-Regioni ha stabilito solo il 5%; oltretutto, la spesa media effettiva è del 3,5%, e la nostra regione è un po’ al di sotto di questa media».

Come riuscite allora a offrire servizi accettabili?

«Il discorso avviato con Basaglia implica la razionalizzazione delle spese, però esiste una sofferenza crescente sulle risorse. Noi cerchiamo di sopperire con la professionalità, la dedizione e la creatività di tutti gli addetti».

Come sintetizzerebbe l’opera di Basaglia?

«Dimostrò non solo che la malattia mentale può essere trattata senza manicomi, ma anche che i manicomi peggiorano la situazione».

Ma è vero che Basaglia negava la malattia mentale?

«No! Lui sosteneva che solo facendo riemergere l’identità della persona, che il manicomio annulla, si può vedere com’è la malattia veramente, per cercare di curarla».

Lo ha mai incontrato?

«Da studente di medicina mi presentai a lui, a Trieste, per fare del volontariato. Mi disse: “Sei qui per fare il turista psichiatrico o per lavorare con me? Se vuoi lavorare con me vai in una scuola di specializzazione: quando avrai imparato psicopatologia, clinica, uso dei farmaci e così via, allora torna, perché ci serve gente più preparata di quelli dell’Università”. Ho fatto il volontario, seguendo al tempo stesso il consiglio di studiare molto. Qualche tempo dopo Basaglia è morto, ma ho lavorato a Trieste per quasi 20 anni e ora a Udine da quasi altrettanti».



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