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Oscar e Fabio Luzzatto il medico degli “ultimi” e il docente che rifiutò il giuramento del Duce

Dalla comunità ebraica friulana grandi figure di antifascisti Diplomati allo Stellini furono poi protagonisti della rinascita

2 minuti di lettura

VALERIO MARCHI

Fabio e Oscar Luzzatto, ebrei udinesi, figli di Graziadio (attivo imprenditore che, nel 1883, fu prosindaco di Udine) e di Adele Luzzatto, si diplomarono al liceo classico Jacopo Stellini. Subirono la legislazione antiebraica e le persecuzioni, ma si salvarono.

Oscar (1873-1964), laureatosi in Medicina a Firenze nel 1896, visse sempre a Udine. Medico assai stimato per l’umanità, lo zelo e la competenza di cui diede prova per quasi settant’anni, si dedicò soprattutto all’assistenza, alla beneficenza e alla medicina sociale. Partecipò alla Grande Guerra in qualità di capitano medico di complemento.

Nel 1943 scampò alle persecuzioni nazifasciste riparando in Svizzera. Al ritorno, nel 1945, trovò devastate la sua abitazione di via Paolo Sarpi e l’amata biblioteca di famiglia; ciononostante, già settantenne, con grande forza d’animo riprese e proseguì per vent’anni il suo servizio, che considerava una vera e propria missione a favore della comunità.

La sua fede civile si basava sia sui più alti ideali positivisti sia sulla valorizzazione e attualizzazione della storia, da cui imparare in vista di un futuro migliore. Fu, in effetti, un medico umanista: letterato, scrittore, biografo, divulgatore, conferenziere, filosofo e politico (nel Partito d’azione prima, in quello socialista poi).

Suo fratello Fabio (1870-1954) si laureò in Diritto civile a Bologna, dove fu il primo segretario del Comitato per l’emancipazione della donna. Nel 1895, appena venticinquenne, divenne professore straordinario all’Università di Macerata e fondò l’associazione mazziniana “Il Dovere”. Critico severo della legislazione sociale italiana, sosteneva un’autentica giustizia sociale: «La mia religione – disse – non ha dogmi né intolleranze e si dedica con l’impegno politico a chi deve essere liberato dalla servitù del bisogno».

A Milano, dal 1901, insegnò dapprima all’istituto tecnico Carlo Cattaneo, poi alla Scuola superiore di agricoltura. Pluridecorato nella Grande Guerra (8° reggimento Alpini di Udine), Fabio divenne poi attivo portavoce del disagio dei reduci. Esercitò l’avvocatura e pubblicò studi politici, economici, giuridici, filosofici. Collaborò con giornali, riviste e prestigiose istituzioni, quali l’Università popolare e la Società umanitaria.

Del fascismo riconobbe subito i pericoli. Nella sua casa di Milano convenivano illustri antifascisti: Carlo Rosselli, Filippo Turati, Guglielmo Ferrero, Carlo Sforza e altri. La militanza antifascista gli costò perquisizioni, attentati (uno quasi mortale), arresti, processi, sorveglianze dell’Ovra. Nel 1931, quando il regime pretese dai circa 1200 accademici italiani un giuramento ideologico di fedeltà – pena la fine della carriera – fu uno dei pochissimi (una dozzina) che lo rifiutarono. Disse: «Poiché il sottoscritto non è di fede fascista, sarebbe una menzogna giurare quello che egli non crede». Nel 1939 gli fu impedita anche la libera docenza e venne radiato dall’albo degli avvocati assieme al figlio Dino, mentre la figlia Gina dovette lasciare la facoltà di Agraria di Milano. Un altro suo figlio, Lucio Mario, socialista, subì il confino.

Durante le persecuzioni, Fabio fuggì in Svizzera con la moglie Luisa Sanguinetti, figlia del senatore Cesare, e con i quattro figli (fra cui anche Guido Lodovico, cui è intitolata una Fondazione a Milano). Dal sistema confederale elvetico trasse ispirazione per teorizzare una sorta di Stati Uniti del Mondo, garanti di pace e di libertà.

Morì a Milano, ma i suoi resti sono collocati a Udine, nel cimitero di S. Vito, accanto a quelli del fratello Oscar e di altri parenti friulani. —





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