Caracci nella magia di Istanbul: “Il capitano della Torre di Galata”

Lo scrittore udinese pubblica un nuovo romanzo con Santi Quaranta Domani alla Tarantola lo presenterà con il critico Mario Turello 

I sogni di solimano

La libreria Tarantola di Udine ospiterà domani, alle 18, la presentazione del nuovo romanzo di Cristiano Caracci, “Il capitano della Torre di Galata” edito da Santi Quaranta. Introdurrà il critico Mario Turello. Eccoun breve estratto dal capitolo introduttivo, “Da Istanbul al Peloponneso”.


Cristiano Caracci

Nel severo mondo della scuola dei giannizzeri non erano numerose le esperienze che quei giovani, destinati alla guerra e al servizio del Sultano, potevano condividere: l’intera giornata era dedicata all’esercizio delle armi, alla preghiera e allo studio ripetitivo delle sure in lingua araba e della gloriosa storia dell’Impero di Osman. Soltanto la sera, prima di dormire, tra vicini di branda, ci si poteva scambiare qualche confidenza e parola di amicizia e fu in una di quelle occasioni che un amico di Solimano gli disse: «Buonanotte e fai bei sogni»; lì per lì Solimano non comprese, ma la mattina dopo subito gli chiese spiegazioni di cosa intendesse coi “bei sogni” e allora l’altro capì la stranezza e cioè che Solimano non aveva mai sognato. Gli spiegò trattarsi di visioni e di suoni che apparivano durante il sonno magari insensati, immagini e rumori talvolta lieti o paurosi; Solimano, naturalmente, non intese di cosa quello parlasse perché vedere a occhi chiusi ritratti senza sostanza e percepire suoni nel silenzio del riposo gli parevano fatti assurdi. Ma ben presto dovette ricredersi quando, al termine della notte successiva, nella quiete dell’ultimo sonno, gli apparve un agnello bianco abbeverarsi in un lago al fondo di un avvallamento, una scena che gli pareva di riconoscere. Da allora, quasi la visione onirica avesse deciso di riaffiorare tardivamente ed espandersi, ogni notte quella scena campestre e silenziosa andava ad arricchirsi di nuove figure e immagini di personaggi misteriosi; nell’acqua increspata dalle pecore all’abbeverata si riflettevano, come spezzati, fragili rami di salice magari scossi dal soffio di un vento leggero di cui cominciava a percepire il rumore: così ogni notte, almeno gli pareva, fumose forme si aggiungevano a quel quadro che rimaneva buio, ma ugualmente gentile.

Col tempo, un uomo poveramente vestito con una giacca di lana grezza si mostrò sulla cresta di quell’avvallamento alzando un braccio a mano aperta e le dita quasi piegate con cui pareva salutarlo; allora per la prima volta udì un altro suono, molti altri suoni, parole sovrapposte dette in una lingua sconosciuta e sibilante. —



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