Sguardo “Negli occhi dei ribelli”: i partigiani di Danilo De Marco

Allo spazio Make di via Manin venti gigantografie dal catalogo edito dalla Forum I volti di donne e uomini che hanno resistito alla rapina della libertà e della dignità

“Negli occhi dei ribelli” è il titolo della mostra fotografica di Danilo De Marco che sarà inaugurata venerdì 19, alle 18.30, al Make spazio espositivo di via Manin 6/A, a Udine. Interverranno Angelo Floramo, Antonella Lestani, Massimo Somaglino, Jasmine Luminoso e l’autore, Danilo De Marco. Daniele D’Agaro e Mirko Cisilino terranno un intermezzo musicale.

Angelo Floramo


Rughe, occhi che guardano, che ci guardano, grinze capaci di disegnare sentieri che si immillano in infinite biforcazioni, umore imperlato di riverberi dentro iridi che riflettono, che obbligano a riflettere. Sono i volti ormai vecchi dei partigiani e delle partigiane, deformati dalla Storia e ritratti dalla sapiente ricerca di Danilo De Marco, ora divenuti folla silente ma non troppo, nello spazio espositivo “Make” di palazzo Manin, una bella tana resistenziale che Maria Da Broi anima nel cuore di Udine, oggi più che mai città narcotizzata da un profilo culturale e umano stinto e scipito.

Per questo “Negli occhi dei ribelli”, la mostra che sarà inaugurata venerdì 19 va presa come un invito esplicito a rivendicare con forza etica e ideale profonda tutte le resistenze del mondo, che oggi come ieri gridano contro chiunque abdichi dall’umano, con la protervia del violento o la sonnolenza dell’indifferente. Le facce che ci osservano e ci giudicano diventano così, nella vertigine del dettaglio esaltato dalla scelta coraggiosa del supporto, la carta, altrettante mappe topografiche sulle quale il tempo si è sedimentato lasciando le orme del suo andare. Sì, perché i volti sono quelli dei vecchi che un giorno, nella freschezza dei loro vent’anni, fecero quella scelta di parte che li spinse ad opporre un coraggioso rifiuto contro tutti i fascismi che soffocavano l’Europa allo schiudersi della loro primavera. E l’effetto è straniante, perché lontano da ogni possibile retorica o peggio da quelle scivolate che della Resistenza hanno voluto fare un mito posticcio, contribuendo a indebolirne la reale, straordinaria portata.

Nella convessa lucidità delle iridi – vivacissime - si intravede l’ombra specchiata dell’autore, l’uomo degli scatti, capace di scalpellare il buio a colpi di luce. E in quella sagoma sfumata a fuggitiva ciascuno di noi può riconoscere se stesso. Ogni immagine diventa così un quadro in bianco e nero in cui compiere un viaggio che ritma i passi con parole solo all’apparenza mute, nella dimensione di un silenzio non detto e proprio per questo, nel suo sottaciuto interrogativo, gridato. L’arte che ne traluce è davvero cosmica ed elementare perché si impasta con gli elementi primordiali di cui tutto è fatto: la terra, carne scabrosa, cotta e bruciata dagli anni, intagliata dalle ferite del tempo, graffiata dalla fatica di vivere; l’acqua, che tremola nell’umore degli occhi, nell’imperlarsi appena percepito di un umido riverbero che si aggrappa sotto le ciglia, quasi fosse l’eco di un sogno; il fuoco, quella luce baluginante che ne anima gli sguardi rendendoli incredibilmente vivi, magnetici e potenti; e infine l’aria, quella che Pietro Calamandrei paragonava alla Libertà: un respiro appena trattenuto, perché l’intensità dell’immagine è così forte che si ha l’impressione trattenga un che di inespresso, destinato a esplodere da un momento all’altro nell’invettiva ribelle o nel canto corale.

Facce dunque. Non hanno nome, né indicazione di provenienza, perché appartengono al Mondo. Sono archetipiche, universali, da tragedia greca, da canto omerico. Le diresti rubate a un pueblo sudamericano, a una carovana di zingari, a una tribù siberiana.

C’è tutta l’Europa qui, quella che ha resistito malgrado fosse calpestata dagli stivali fascisti a Salonicco e a Parigi, a Cracovia o a Belgrado, sulle piazze delle città o lungo i sentieri dei boschi lungo le rive del Natisone o tra i roveri della Carnia. I ciuffi di capelli bianchi scomposti, le sopracciglia irsute, le guance masticate dagli anni: ogni solco è un sentiero dei nidi di ragno, un invito a riprendere il cammino, a non rinunciare alla lotta. Questi vecchi sono testimoni di una verità che in troppi oggi tendono a rimuovere, a dimenticare, perché nell’oblio di quei giorni possono far maturare le tentazioni fascistizzanti dell’oggi.

La resistenza ha un sapore antico. Sembra quasi che il tempo la innervi, come se fosse una linfa che ne dilata l’essenza in un multiverso di rami che esce fuori dal quadro fino a intrecciarsi attorno ai nostri pensieri. Alle volte pare che dagli sguardi dei ribelli trapeli una pensosa tristezza. Un’ombra appena, veloce, che ha tutta la forza critica di un interrogativo posto alla nostra coscienza superficiale e indifferente.

È come se dalle loro smorfie, dai bronci di scherno, dalla fierezza cisposa ci esortino a non rendere vano il solco tracciato dagli anni. Loro c’erano. Questo è il nostro momento di essere partigiani. —

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