A Donatella Di Cesare il premio Udine Filosofia: «I veri pensatori rimettano mano alla politica»

Sabato 26 ottobre a palazzo Belgrado la cerimonia di consegna. «Manca una visione complessiva, serve maggiore capacità critica»

UDINE. È andato a Donatella Di Cesare, docente di teoretica alla Sapienza di Roma, il premio Udine Filosofia che le sarà consegnato sabato 26 nel Salone di palazzo Belgrado a chiusura del festival promosso da Mimesis.

Il premio le viene assegnato per il suo ultimo libro, “Sulla vocazione politica della filosofia”, (Bollati Boringhieri editore), nella quale Di Cesare, uno dei pensatori più influenti del nostro tempo, nota per le sue posizioni estremamente critiche nei confronti della politica di casa nostra e non solo, sostiene la necessità che la filosofia torni alla città, alla polis, «per risvegliarla da quel sonnambulismo che la narcosi di luce del capitale ha provocato».

A Di Cesare abbiamo chiesto che significa questo ritornare della filosofia alla polis? «Che la filosofia si occupi di politica è un tabù dai tempi di Platone, tabù che poi si è rafforzato nel Novecento attraverso il caso di Heidegger. Tabù per cui i filosofi dovrebbero restare fuori dalla politica.

Io invece credo che sia tempo che la filosofia torni alla città e per questo parlo di vocazione, non solo nel senso di un’aspirazione della filosofia, ma compito della filosofia stessa, perché secondo me la politica oggi si è ridotta a mera semplice amministrazione, non avendo più una visione complessiva, cioè filosofica, e una visione del futuro.

E dato che viviamo in un mondo molto complesso è importante che la filosofia torni nella polis e che questo scarto con la politica venga rivisto».

Ma quale filosofia, quella antica medievale che parlavano di metafisica, o quale branca di quella moderna parcellizzata in tanti rivoli, filosofia della scienza, del linguaggio, della storia…?

«Per me la filosofia e basta. Io non faccio distinzioni tra branche, per me la filosofia è filosofia. Nel mio libro prendo in considerazione come si è evoluto il rapporto tra filosofia e polis, partendo dalla condanna a morte di Socrate che sancisce la frattura tra la città e il filosofo.

Arrivo quindi alla filosofia dopo il Novecento, a partire dalla Arendt e Habermas che hanno cercato di democratizzare la democrazia, ma all’interno, mentre secondo me il ruolo che la filosofia dovrebbe giocare è un ruolo molto più dirompente, più critico e quindi non dall’interno ma dall’esterno.

In quest’epoca di capitalismo avanzato riusciamo a immaginare la fine del mondo, ma non quella del capitalismo. Per me la filosofia in questo senso dovrebbe avere un ruolo molto critico».

Quale rapporto, allora, con il potere? «Il rapporto con il potere è intricato, controproducente, nocivo, forse letale. Heidegger insegna. Per il Novecento e oltre con la sua adesione al nazismo è diventato simbolo iperbolico di una disfatta storica.

Dopo di lui, come dicevo, i filosofi cercano il profilo basso, scelgono la cautela, la strada della democratizzazione della democrazia, ma sempre in modo cauto, molto prudente proprio per via del caso Heidegger».

Lei ha vissuto sotto scorta per la sua prese di posizioni pubbliche, che pensa delle condizioni odierne della nostra democrazia?

«Oggi la democrazia è messa in crisi, tra le altre cose dal deterioramento dei legami personali, dal disprezzo anche che è insito in certe forme di populismo come lo vediamo oggi, ma resta assolutamente indispensabile; la democrazia è una forma politica molto elastica capace proprio per questo di resistere anche agli attacchi che in questi ultimi anni non sono mancati.

Ci sono condizioni indispensabili per una democrazia compiuta, una di queste è la cultura, la consapevolezza, il conoscere per partecipare».

Affiderebbe il governo del nostro paese ai filosofi di oggi, dovesse tornare in auge l’idea platonica della Repubblica affidata ai filosofi?

«No, non l’affiderei ne oggi né in altre occasioni. Quando parlo di ritorno della filosofia alla città, non intendo dire che i filosofi devono governare. La democrazia non è forma di potere di pochi. Penso però a un contributo importante che la filosofia può dare alla politica. Proprio per la sua capacità di visione e di critica». —


 

Zuppa fredda di barbabietola, arancia e yogurt

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi