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“Il martire fascista”, la storia dimenticata dell’insegnante siciliano ucciso per errore

Adriano Sofri racconta la fine di Francesco Sottosanti, freddato a fucilate la sera del 4 ottobre del 1930 in Val Vipacco

2 minuti di lettura

UDINE. Mi raccontava il collega Sergej Premru, del Primorski, dei quaderni di suo padre, scolaro a Radzrto, in Val Vipacco. Un’accozzaglia di parole senza senso, una delle quali ricorreva sistematicamente: “bundo”. Costretti a scrivere sotto dettatura in una lingua ignota, i piccoli avevano identificato la sola parola “punto”, ripetuta alla siciliana dal maestro.

Aneddoto divertente, non fosse per il carico di sopraffazione, di fatica, di sperdimento provato da bambini colpevolizzati come “allogeni” e forzati a rinunciare all’identità.

«Si può con tutta facilità sacrificare 500 mila barbari slavi per 50 mila italiani», aveva dichiarato Benito Mussolini. E dal “sacrificio” etnico-linguistico era passato ai resistenti fatti fucilare dal Tribunale speciale, ai tredicenni morti in seguito alle torture perché confessassero di aver realizzato, con timbri in gomma, dei volantini contro il duce.

Di quella violenta snazionalizzazione che, seguita dall’invasione di Slovenia e Croazia, si sarebbe lasciata dietro una scia di rancore, parla “Il martire fascista”, scritto da Adriano Sofri e pubblicata da Sellerio.

Racconta di Francesco Sottosanti, maestro spedito da piazza Armerina, in Sicilia, a Vrhpolje-Verpogliano, in Val Vipacco, e freddato a fucilate la sera del 4 ottobre 1930, mentre stava rientrando a casa.

La vulgata vide nel delitto una reazione al comportamento del maestro, che, tubercolotico, sputava in bocca agli scolari se si lasciavano sfuggire una parola slovena.

La minuziosa ricostruzione dei fatti attuata dall’autore (di madre triestina), restituisce invece una vicenda più intricata; Francesco Sottosanti aveva un fratello, Ugo, segretario politico di Vipacco, anche lui in servizio presso la scuola di Vhrpolje., che, come attesta una relazione della questura di Gorizia, ne era stato allontanato per “maltrattamenti” (non meglio specificati) ai bambini.

Dunque al netto delle ipotesi circolate all’epoca (anche il dramma passionale, o il regolamenti di conti mafioso), Sottosanti venne probabilmente ucciso per uno scambio di persona.

Fruga tra Sicilia e Slovenia, esamina referti di varia natura, giornali, corrispondenze, ascolta testimoni dell’epoca o loro discendenti, Sofri. E anche se pensa di aver plausibilmente individuato il responsabile del gesto, non fornisce certezze assolute.

Quello che gli preme soprattutto è però raccontare un periodo e una terra, aggiungendo al caso del “martire fascista” altri fatti incrociati nel corso delle sue ricerche, sino ad arrivare a un figlio di Francesco Sottosanti, “Nino il mussoliniano”, implicato nella strage di piazza Fontana, quale presunto sosia di Valpreda.

Dipana un po’ quel filo pieno di nodi, strappi, e soprattutto sofferenze che nel ’900 strangola una patria comune, l’ex Kuestenland austriaco, dove l’amministrazione asburgica aveva consentito la pacifica compresenza e collaborazione tra parlanti lingue diverse, senza voler far coincidere “il confine razziale con quello statale” (come disse e cercò di fare il fascismo).

Una terra dove Occidente e Oriente hanno scatenato il loro peggio, con spinte violente, imposte da interessi lontani, legate al collidere di blocchi nazionali, economici e ideologici.

Segno più visibile ne sono stati confini feroci che a fine millennio hanno cominciato a sbiadire, ma che oggi qualcuno rivorrebbe, perché – come scrive Sofri - «succede di non accorgersi più della libertà di non avere un confine, della libertà sconfinata».

Libro prezioso, che fa riflettere sulle sfaccettature delle verità storiche, e sulla necessità di una pace che è un bene provvisorio e fragile, da difendere e coltivare giorno per giorno. —




 

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