Il mondo nuovo nato dalle catastrofi: così l’umanità riparte da guerre e virus

Le conseguenze inattese delle grandi crisi della storia: la lectio di Alessandro Barbero al Salone extra

È innegabile che il titolo scelto per il Salone del Libro 2020, «Altre forme di vita», sia risultato suo malgrado sorprendentemente profetico. Ma se oggi parliamo di «Conseguenze inattese», è per ricordare che se i profeti talvolta casualmente ci azzeccano, in realtà all’uomo non è dato prevedere il futuro, e che le conseguenze dei più grandi avvenimenti sono per lo più inaspettate.

Prevedere il futuro è uno dei grandi sogni dell’umanità: gli antichi credevano di leggerlo nel volo degli uccelli o nelle interiora delle galline; i chierici del Medioevo, già più ragionevolmente, nelle pagine della Bibbia; noi tentiamo di prevedere il Pil dell’anno prossimo: e tutti quanti siamo egualmente indifesi e sgomenti quando si materializzano, completamente imprevisti, gli avvenimenti che ci attendevano in agguato dietro l’angolo.

Ma come reagiamo, poi, alle catastrofi inattese? Proviamo a vedere qualche esempio, tratto dalla storia delle peggiori epidemie – molto peggiori, bisogna dirlo, di quella che stiamo attraversando.


La peste antonina, che era poi probabilmente il vaiolo o il morbillo, devastò l’impero romano all’epoca di Marco Aurelio; gli storici dell’epoca scrivono che, fra quelli che la contraevano, uno su quattro moriva, e che nella città di Roma si registravano duemila morti al giorno.

Per la prima volta il mondo romano scoprì d’essere a corto di uomini, di contadini per lavorare la terra e di soldati nelle caserme. Avrebbe potuto reagire rilanciando la caccia agli schiavi, intraprendendo nuove campagne militari per sottomettere sempre nuovi barbari e ridurli in schiavitù; invece scoprì che si poteva aprire le frontiere, lasciar entrare più immigrati, mettere in piedi procedure di accoglienza e di integrazione.

L’installazione sul suolo romano di intere tribù che chiedevano terra e lavoro divenne proprio a partire da Marco Aurelio un mezzo normale per garantire a Roma i lavoratori e i soldati di cui aveva bisogno, e l’immigrazione garantì per generazioni la tenuta di un impero che intanto stava diventando cristiano.

La peste, quella vera, di cui gli scienziati dell’Ottocento hanno scoperto il bacillo, la Yersinia pestis, investì alla metà del Trecento un’Europa prospera, evoluta e popolosa, ma dove da tempo si manifestavano i sintomi inquietanti della sovrappopolazione e del mutamento climatico.

Nessuno in quel mondo aveva mai immaginato la possibilità di un’epidemia come quella, che in certe zone avrebbe portato via in pochi mesi addirittura un terzo o metà degli abitanti. Nel pieno del contagio la vita normale rimase sospesa, l’attività politica interrotta, le abitudini sconvolte; ma appena il morbo languì i superstiti ricominciarono a lavorare e a fare figli, come se nulla fosse cambiato.

Però chi assumeva manodopera, braccianti nelle campagne per la mietitura del grano, operai nelle città per l’industria tessile, scoprì che era diventato difficile trovarla: non c’era più la vasta riserva di disoccupati pronti ad affittarsi a giornata per un tozzo di pane, e per avere del lavoro bisognava pagare salari più alti. I padroni, che dovevano pagare quei salari, gridarono allo scandalo e denunciarono la crisi; ma i più accorti capirono che tanta povera gente con qualche soldo di più in tasca rappresentava anche un’opportunità.

Chi continuava a produrre, come prima, tessuti di lusso per una clientela che s’era inesorabilmente rarefatta si dibatteva nelle difficoltà; ma chi imparò a produrre tessuti a poco prezzo scoprì che per i suoi prodotti la domanda era cresciuta, e intere città fecero la loro fortuna emanando regolamenti che obbligavano i loro industriali a produrre tessuti di scarsa qualità.

E i cambiamenti culturali? Non dobbiamo darli per scontati. A lungo si è creduto che gli affreschi del Trionfo della Morte nel Camposanto di Pisa fossero la risposta diretta alla grande peste. Quei mucchi di cadaveri abbattuti dalla falce esprimevano certamente l’angoscia di chi a quello spettacolo aveva assistito dal vero, il grande contagio aveva introdotto nella cultura della fine del Medioevo quell’ossessione della mortalità e del disfacimento che avrebbe fatto da contraltare all’amore pagano della vita lungo tutto il Rinascimento.

E poi si è scoperto che quegli affreschi erano stati commissionati e compiuti qualche anno prima che l’epidemia cominciasse davvero a falciare i suoi morti nelle strade delle città medievali. Il loro messaggio non era di sgomento di fronte a qualcosa di incomprensibile: esprimeva invece la consapevolezza matura della fragilità dell’uomo e della caducità delle cose umane, una consapevolezza che la civiltà medievale, nonostante il suo ottimismo e la sua poderosa capacità di crescita, non aveva mai dimenticato.

«Habet enim mundus iste noctes suas et non paucas» diceva san Bernardo di Chiaravalle: questo mondo ha le sue notti, e non poche. Non è inutile ricordarlo in questo tempo in cui abbiamo riscoperto che ci sono problemi più gravi cui le società e i governi debbono far fronte, rispetto alle oscillazioni dell’economia.

Ma la storia dimostra anche che l’umanità ha una straordinaria capacità di reagire, di imparare dalle catastrofi, di ricostruire ciò che viene distrutto e di imboccare strade nuove abbandonando le vecchie. Nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Gaetano Salvemini tornò in quell’Italia che aveva lasciato nel 1925, all’indomani del delitto Matteotti.

L’Università di Firenze gli ridiede la cattedra che gli aveva tolto un quarto di secolo prima, e Salvemini cominciò così la sua prima lezione: «Come stavamo dicendo l’ultima volta...». Non intendeva suggerire che bisognava ignorare la parentesi, ma che era ora di ripartire. E quell’Italia distrutta dove ferveva la ricostruzione lo sorprese favorevolmente: questo Paese si riprenderà con una rapidità che nessuno avrebbe mai sospettato, disse: «il formicaio è in piena efficienza».

Era un’Italia che usciva dalla sconfitta e dalla guerra civile, che piangeva trecentomila morti, e dove l’amministrazione statale, non ripulita dal fascismo, non era certo più benevola ed efficiente di quella odierna: eppure era ripartita, e per molto tempo non si sarebbe più fermata. Ed è la stessa speranza che tutti abbiamo in cuore per l’Italia, e per il mondo, di oggi.


 

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