I falsi redentori portano a galla il lato oscuro che c’è dentro di noi

Il romanzo di Guido Piovene del 1949 descrive un triangolo amoroso, tra Giulio, Pietro e Maria. Un matrimonio in crisi, con la morte della donna: una storia che anticipa un tema del presente  

Guido Piovene è forse lo scrittore italiano che meglio ha tematizzato la malafede, cosa significa scrivere quando non ti è data la possibilità di essere libero, come durante il fascismo. Gli infiniti garbugli e contorsioni mentali.

La coscienza sporca che si cerca di pulire, il dire senza dire, per salvare la faccia, lo sfiorare una verità e subirne le conseguenze, e poi ripiegare in una dissoluzione più ampia di sé, come per la vicenda della recensione entusiastica a un libro razzista di Interlandi.


Il suo primo romanzo, “Lettere di una novizia”, è un intrico di voci dove nessuna voce dice la verità, seguendo scopi spesso non confessabili, che svaporano nel tempo, fino a diventare oscuri perfino agli stessi personaggi: inseguono una specie di nulla ignominioso, che provoca vergogna, di cui non resta nulla se non il vilipendio di sé. Quanto ci somigliano. Quanto mi somigliano. Non so se si leggono ancora “I falsi redentori”. Non so nemmeno se è facile trovarli. Immagino di no. Io possiedo una prima edizione, del 1949. Ma, nonostante le difficoltà, vi consiglio di cercarlo.

È un libro impeccabile e spietato. Scritto per ognuno di noi. Il libro che forse più degli altri delinea la forza annichilente della malafede. È un libro che nella lettura, in penombra, si apre a spiragli di vita intima. Smuove ricordi personali. Tutto ciò che di torbido c’è in noi, diventa manifesto, attraverso la storia di un triangolo amore. Giulio, Pietro e Maria. Giulio, l’amante, e Pietro, il marito, amano entrambi Maria. Finiranno con l’ucciderla, dopo ridicole e teatrali peripezie, gran discorsi a cuore aperto e voltafaccia pieni di buone intenzioni e di buone ragioni, e sempre a fin di bene.

Una storia che anticipa un tema del presente, o meglio una narrazione sensibile del presente: due uomini che ammazzano una donna, per amore, e una donna che decide di morire quasi come unico atto di vita in una situazione esistenziale bloccata in bolle di sapone, dove nulla è vero. Non è nemmeno teatro, è solo un esercizio annoiato di un potere inutile.

Come dicevo, “I falsi redentori”, se viene letto con attenzione, smuove interi periodi della vita personale. Non credo che nessuno possa dirsi esente. Io meno degli altri. Quanto sento mio questo modo di fare!

Quanto ho praticato la malafede, e quanta fatica ho fatto per liberarmene, almeno in parte. Vedo i Falsi Redentori insieme a tutti quei pomeriggi passati da ragazzo a far chiacchiere morbose, a raccontare bugie, a dire di amarci per sentirci riamati dello stesso amore falso. Una gioventù, la mia, talmente impossibile, da essere solo chiacchiere e dichiarazioni. Su di me e sugli altri. Quanti volti, quante onde di luce sfinita sui capelli. Quanta dolcezza cardiaca. Ricordo le screpolature ai lati delle labbra, le anguille nello stagno, e la luce gialla e fredda dei lampioni dentro i sedili posteriori dell’auto. Baciarsi in questi acquari d’acqua torbida. Scordarsi la risata, i denti accavallati, le dita sporche di nicotina, e gli amici ricchi, e la casa appesa a quadri scadenti. Scordarsi di essere quel che si è. Inventare nascita, passioni, luoghi, avventure.

E di colpo: ti ricordi di che colore sono i miei occhi? I muscoli indolenziti da una nuova bugia.

Un amore della penombra e del sottobosco, le luci di un cinema di periferia.

Qualcosa di più che un pomeriggio di sole passato in casa, del vento di primavera al quinto piano dell’appartamento torrido. Qualcosa di più del vuoto, di non sentire ostinatamente nulla se non il piacere di una buffa decadenza, quando sei così giovane da credere di poter provare tutto, e di averlo già provato. L’energia di un secchiaio che perde.

Non serviva neppure l’alcol, bastava inventare, e a volte era il sesso in un corridoio illuminato in orizzontale dalla luna o i cani che abbaiavano vicino alla rimessa. L’andare e venire delle auto. L’odore di gasolio. Che poi era la vita che ci spaventava. La pensavamo impossibile, io e lei, io e loro, o non abbastanza vera, per noi. O una bolla di sapone, dove si soffia dentro, per vedere quando esplode.

Piovene ci porta qui in mezzo, in questo groviglio inerte che siamo, esplora il coraggio che non abbiamo, la vita che ci ostiniamo a non vivere.

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