La storia di Grazia Levi sfuggita ai nazisti: «Io, ebrea a Gemona nascosta e protetta»

Grazia Levi, 82 anni, col cugino Paolo, 70

«A scuola potevo scrivere il mio cognome solo sui vetri appannati»

Gemona, centro storico. La casa è lì, nel cuore della città ricostruita: dove prima del 6 maggio 1976 c’era la chiesa di San Giovanni in Brolo, con lo straordinario soffitto a cassettoni del Pomponio Amalteo, oggi c’è un parcheggio.

Appena sopra, la signora Cecilia si sbraccia dal secondo piano: «Siamo qui, salga». Ci metti poco a capire perché entrare in quel delizioso appartamento al secondo piano, con vista sull’appena ristrutturato castello, sia ancor più importante dopo quello che sta accadendo, anche in Friuli, in questi giorni.

Preoccupanti segnali di intolleranza. Pochi mesi fa a San Daniele un criminale ha disegnato una svastica fuori dalla casa in cui abitò Arianna Szoreny, che fu deportata ad Auschwitz. Condannata a morte da un delatore. Sempre nel centro collinare un consigliere comunale si è “divertito” a tirare in ballo gli ebrei per qualsiasi disgrazia.

A Gemona, in quella casa di via San Giovanni, da alcuni anni è tornata ad abitare stabilmente Grazia Levi, classe 1938, l’anno delle maledette leggi razziali di Mussolini. Quelle che macchiarono per sempre la storia del nostro Paese.

In quel palazzo né prima dell’Armistizio, né nei drammatici mesi che portarono alla Liberazione, i nazisti bussarono mai. Nemmeno i repubblichini. La città, la stessa che ogni anno nella chiesetta di Ledis alle pendici del Monte Chiampon sale per ricordare il sacrificio di 57 suoi figli nella guerra di Liberazione, abbracciò quella famiglia di ebrei e la protesse. Niente delatori, nulla di nulla.

La signora Grazia, 82 anni portati alla grande, ci accoglie nella sua casa con un sorriso che spiega tante cose. E punta subito il dito su una fotografia, che stringe a sé per tutto il tempo della nostra visita. È lei da piccola, non ha nemmeno un anno. La tengono in braccio le due nonne.

«Sul terrazzo di questa casa - dice, commossa -. Le vede le montagne dietro? Mi portarono sul terrazzo e si fecero scattare questa foto che è la cosa più preziosa che ho».

A sinistra nonna Lucia, Lucia Levi. A destra nonna Egle, che sposò Ulrico Fontanelli, originario di Castel Fiorentino, arrivato in Friuli nel 1910 per fare il veterinario, impiego che manterrà per quarant’anni.

È l’ultima volta che nonna Lucia verrà in Friuli da Firenze. Finirà deportata dai nazisti nel campo di concentramento di Auschwitz. Si era rifugiata in campagna, fu catturata a causa di una delazione e salì sull’ultimo convoglio verso la fine. Con quel cognome, in Italia, non ci poteva essere scampo.

E la piccola Grazia portava lo stesso cognome. Papà Sergio non riuscì a conoscerlo, morì prima della sua nascita. Viveva a Gemona con mamma Sofia Fontanelli, portandosi appresso quel cognome ingombrante. Una specie di condanna a morte. Perché l’Italia era percorsa dall’odio e i delatori, magari col miraggio di una vita migliore, che tutto può essere tranne che una scusante, imperversavano.

Non a Gemona. La signora Grazia annuisce. Sorride. E ferma il cugino Paolo, un vero e proprio fiume in piena nei racconti di quel tempo.

Ha fatto per anni il consigliere regionale – «sono quello che ha portato alla città il contributo per ricostruire la chiesa di San Giovanni, ma è stato inutile», rammenta –, ma soprattutto è stato sempre in prima linea per ricordare quegli anni che in molti ora, in questo Paese smarrito, provano addirittura a non ricordare o a cancellare. Sorride e ci porge un cartoncino con poche frasi scritte.

Le leggiamo e rabbrividiamo. Lei ricorda. «Sono nata nel 1938 da un matrimonio misto. Ho passato l’infanzia a Gemona, nella casa della mia famiglia materna, in una zona d’Italia che si chiamò Litorale Adriatico e dove comandavano i nazisti. Nel freddissimo inverno tra il 1944 e il 1945 ho frequentato una specie di seconda elementare nel monastero delle suore francescane: il mio paese mi ha protetta e salvata».

«Dopo l’Armistizio, che anche in paese portò sensazioni contrastanti tra l'euforia, la paura e il disorientamento per quella che sarebbe stata la sorte di una Nazione, ebbi chiaramente la percezione di essere parte della storia». Con Gemona dalla parte dei giusti. Inequivocabilmente. Protetta e salvata.

«Con quel cognome non era possibile iscrivere una bambina alle scuole pubbliche, c’erano le leggi razziali. Così mi mandarono dalle suore. Là subito mi dissero di firmarmi solo con il nome, niente cognome. Assolutamente», ricorda Grazia. Che non si voleva arrendere a quell’assurda imposizione.

«Sui vetri di quelle finestrelle nascoste della scuola, come su una lavagna di vapore, ho scritto cento volte e solo lì sui vetri ricoperti dalla condensa, il mio nome e cognome. Poi sono rimasta a guardare scendere le gocce che inesorabilmente cancellavano il mio esercizio di scrittura».

Chissà, forse qualcuno bussò alla porta di quella scuola per cercare bambini ebrei. Ma la porta non fu aperta. Sicuramente qualcuno non bussò in quella casa di via San Giovanni. E qui entra in scena Paolo Fontanelli, rappresentante dell’altro ramo della famiglia e figlio di Duilio, medico poi decorato con la croce di guerra per aver salvato la vita a un partigiano arrivato dal Canal del Ferro.

«Casa Fontanelli-Levi era un luogo specchio di quei tempi – racconta – al piano terra trovarono alloggio due operai della vicina ditta Todt che costruiva le bombe, ma anche furono protagonisti di atti di sabotaggio. Luigi, mio zio, combatté come volontario per i franchisti nella guerra di Spagna. Poi c’erano i Levi.

A un certo punto dell’occupazione nazista cercò rifugio nella nostra casa Vittorio Levi, nostro zio. Era scappato in modo rocambolesco da Cortina d’Ampezzo dove si era messo a fare l'albergatore. Alloggiò qui nel vicino albergo, i carabinieri andarono a cercarlo. Incredibilmente una volta sola. Poi non lo cercarono più. E nessuno bussò più alla nostra casa».

Era città di lotta partigiana Gemona, molti si rifugiarono sulle montagne prendendo come riferimento la zona di Ledis. Dove dagli ultimi mesi del ’44 arrivò anche Thomas Mcpherson, nome di battaglia “Eolo” , mandato dagli inglesi per dar man forte alla lotta contro i nazisti.

Era zona strategica quella della pedemontana. Dove passava la ferrovia per la Germania. I treni si fermavano e furono centinaia i deportati che, lanciando disperatamente biglietti fuori dei vagoni, chiesero aiuto agli abitanti del luogo. Molti riuscirono a fuggire e poi furono protetti dai partigiani.

«Altri come mio padre Duilio, medico – racconta ancora Paolo – tennero testa ai tedeschi riuscendo a curare e aiutare diversi partigiani e meritandosi la croce di guerra pur non avendo mai fatto il militare». Arrivò la “cartolina” della Repubblica Sociale al dottor Fontanelli.

Lui andò dal comandante tedesco a Gemona con un mazzo di fiori per la segretaria e se la cavò con una provocatoria domanda all’ufficiale: «Qui comanda lei o i fascisti?». Grazia Levi sorride. Ricorda quei mesi alla fine dell’occupazione passati nascosta in una casa di Montenars «e anche in un armadio». Ricorda la Liberazione.

«Anche Gemona fu liberata e a scuola cantammo le canzoni. Ecco, ricordo ancora nitidamente quando liberamente sul quaderno potei scrivere il mio nome e cognome. O quando sul treno verso Udine un giorno un soldato di colore mi regalò un’arancia, un frutto che non avevo mai visto prima d’ora». Riprende la foto con le nonne, esce col cugino per un’altra foto.

Anche se questa volta è a colori e sono passati 80 anni e pure una pandemia. O quasi. Col castello sullo sfondo della una città ricostruita e prima culla di libertà. —
 

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