Quando in Istria si collaudava l’Europa: Rumiz racconta l’enigma dei Balcani

Tornai in libreria il reportage scritto dal giornalista 26 anni. Sarà presentato martedì alle 17 a Pordenonelegge

Istria. Triangolo di terra appeso all’Europa, ma tuffato nel Mediterraneo. Laboratorio di interetnicità diviso in tre dai confini. Unicum che profuma di salsedine e santoreggia, tra la luce del Sud e il vento tagliente del Nord. Torna in libreria, per Bottega errante, Vento di terra di Paolo Rumiz, viaggio-reportage nella penisola, che verrà presentato domani, mercoledì 16, alle 17 a Pordenonelegge. Scritto ai tempi della guerra nei Balcani, può restituire speranza proprio nella capacità di resistere mostrata da questa terra che è difficile da capire senza farla propria, o viceversa.

Verso la fine dello scorso millennio, c’era un grande ottimismo sulle magnifiche sorti e progressive dell’Europa. E poi...


«In verità, allora l’ottimismo se n’era già andato. Dal crollo dei muri era nata un’illusione durata poco. E si cominciava a intuire che la metamorfosi del vecchio assetto comunista era stata non una vera rivoluzione, ma una grande commedia, per tenere in piedi, gattopardianamente, quanto più possibile del sistema. A Trieste lo si era capito prima: c’era un detto: “fin che xe vivo Tito, guanta, dopo no guanta più”. Era una consapevolezza, realistica, disincantata, scettica. Le cose si capivano meglio con la sensibilità di frontiera, con la vicinanza alla linea di faglia. Ricordo, quando ero ancora inviato del Piccolo, la fatica di spiegare ai colleghi che venivano da più lontano, che avevamo davanti non una malattia balcanica, ma il primo manifestarsi di un’infezione europea».

Una pandemia...

«Una pandemia nazionalista. Nel momento in cui il sistema economico e politico stava collassando, l’unica possibilità di sopravvivenza del potere era quella di scatenare scontri etnici, o comunque additare nemici esterni. Del resto, basta guardare all’atteggiamento assunto ora davanti al coronavirus. I paesi a più alto tasso di nazionalismo, come Ungheria, Polonia, Croazia hanno risposto d’istinto con la chiusura delle frontiere. La forza attrattiva del nazionalismo è che è autoassolutorio: il male è al di fuori, non c’è possibilità che sia io fonte di infezione».

L’Istria viene definita “spazio di collaudo per l’Europa”. Collaudo andato come?

«Malissimo. Nel mio viaggio, avevo potuto attraversare, clandestinamente, dei confini attualmente sono presidiati da reticolati. E il giornale ne aveva tratto due piccole guide al momento superate, perché da certi posti non si passa più».

Con l’esperienza e gli occhi di oggi, ci sarebbe qualcosa da correggere o aggiungere nel libro?

«Direi di no, anche perché il racconto è la restituzione di un luogo e di un momento molto particolare: osservavo quest’isola relativamente felice, che nella dissoluzione di un Paese e in una situazione di pericolo, riattivava la sua secolare capacità di accoglienza, dialogo, mediazione. La grande ricchezza dell’Istria sta proprio in una sorta di mimetismo inclusivo rispetto agli schieramenti fondamentalisti. In fondo è ancora un pezzo del vecchio impero asburgico».

Sa ancora metabolizzare?

«Lo ha fatto nei secoli e nelle guerre, come tutti i luoghi multietnici, in cui il continuo turn over della popolazione relega in secondo piano il discorso identitario. L’idea dell’appartenenza esclusiva “di” una terra, viene sostituita dall’appartenenza “a” una terra. Chi mi ha fatto capire appieno l’Istria è stato un vecchio contadino, durante il viaggio».

Come?

«Andavo verso Premantura, era mattina presto, e lui sembrava aspettarmi, in una valletta deserta. Quando sono stato a tiro di voce mi ha gridato: «Ti ti va lontan!», in istroveneto, ma con un forte accento croato. Gli ho risposto nella sua lingua: «Kako rasumite?», come l’hai capito. E lui mi ha detto: «Perché ti va pian». Quest’uomo aveva compreso, con uno sguardo, che ero italiano, che mi aspettava un cammino lungo, e mi aveva rivolto una frase che apparteneva alla sapienzialità di mia nonna: chi va piano va sano e va lontano».
 

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