Angioletta delle Rive: l’anziana guaritrice che morì in carcere accusata di stregoneria

Nel 1650 è finita davanti al tribunale dell’Inquisizione. La donna e la figlia Giustina avevano curato un’ammalata

UDINE. Il 3 settembre 1650, nel palazzo pretorio di Portogruaro si riuniscono i membri del tribunale dell’Inquisizione per un processo di stregoneria. Presidente è il padre francescano Giulio Missini da Orvieto, inquisitore in carica per le diocesi di Aquileia e Concordia; accanto a lui siedono il vicario del vescovo di Concordia, un canonico, un rappresentante della Repubblica veneta e un suo consultore.

La causa è stata avviata dal cavaliere pretorio Francesco Gallera di stanza a Pordenone, che ha poi coinvolto il parroco del duomo di San Marco Francesco Savini, da cui è partita la causa per un sospetto di stregoneria contro l’anziana Angioletta delle Rive e sua figlia Giustina.

Nei giorni seguenti, il tribunale si sposta sulla città in riva al Noncello per l’interrogatorio di numerosi testimoni, nonché delle imputate che nel frattempo sono state tradotte nelle carceri. Viene anche perquisito il povero “cason” con tetto di paglia in cui abitano, dove vengono rinvenuti alcuni “corpi” di reato: delle foglie, pezzetti di carta unti, unguenti, immagini sacre, ossa.

Chi è Angioletta? Lo racconta lei stessa agli inquisitori. “Io mi maritai di 17 anni in circa. Mio padre haveva nome Pellegrino Valbescia da Cenneda e mia madre si chiamava Betta de Serafin della terra di Pordenon (…) Mio marito si chiamava Jacomo del Gniutto da Pordenone ed era detto Jacomo delle Rive perché habitava in quelle rive dove habito io adesso. Mio marito era pescatore e sono vissuta con esso lui 32 anni in circa (…), morì 23 o 24 anni fa, mi restorno molti debiti e tre figli piccoli (…)”.

Nel 1650 aveva dunque 72 anni circa. Angioletta prosegue: “Io nel corso di mia vita per vivere ho fatto ogn’arte; ho filato la lana a molinello, ho fatto le reti per altri e per casa, tessuti panni di lana, fatti bozzolai per vendere; ho governato gl’ammalati in casa d’altri per mercede e anco, in casa mia, i poveri per l’amor di Dio qualche volta (…)”.

Di cosa sono imputate Angioletta e sua figlia? Paradossalmente, tutto inizia con la guarigione da una infermità. Il Gallera aveva da tempo la moglie ammalata ed era ricorso alle due donne per farla curare. Saputo però da un maniscalco che avevano fama di streghe e potevano essere le responsabili del maleficio, si era recato nel loro “cason fuora della porta dei Mulini” minacciando di arrestarle.

Giustina, in ginocchio e invocando Dio e la Madonna, lo aveva allora pregato di lasciarle libere, promettendogli di disfare quella che aveva fatto. La strana malattia della moglie (inquietudine, dolori nel petto e nel cuore, doglia di testa, fiacchezza) era cessata, a detta del marito, proprio dopo quella sua minaccia.

Per i numerosi abitanti della comunità di Pordenone che vengono interrogati, il meccanismo delle accuse segue più o meno lo stesso copione: un torto ai danni della fattucchiera provoca il suo risentimento, le sue imprecazioni e maledizioni. I primi fatti negativi che accadono ai testimoni senza una spiegazione plausibile vengono di conseguenza attribuiti alle male arti e alla vendetta della strega.

Una sola testimonianza appare anomala, quella del medico Giovanni Pomo il quale, indifferente alle paure che sembrano agitare il resto della comunità, nega sia di conoscere eretici e sortileghi sia di essersi accorto che gli infermi a cui ha atteso nella sua professione siano stati oggetto di maleficio.

L’inquisitore, per sua parte, ritiene di dover appurare se le due imputate possano detenere poteri particolari conseguenti a un patto con il Diavolo. Le stesse formule sacre con cui Angioletta e la figlia accompagnano il rituale di cura degli ammalati può ritenersi sospetto.

Angioletta risponde alle domande con fermezza e tranquillità, rivelando le sue abilità di guaritrice. Ecco qualche esempio. “Ho governate le donne di parto e i suoi putti. Quando avevano male pigliavo l’herba della scrofola che nasse vicino all’acque, la pestavo, ne cavavo il sugo e con un poco di latte della madre istessa glie lo facevo bere”.

Oppure: “Quando qualcheduno si storceva qualche osso io l’addrizzavo e li tornavo a suo sesto, palpando sin che trovavo il male dicendo ‘La Santissima Trinità vi torni la vostra sanità’”. Angioletta dichiara anche di saper far passare il cattivo tempo con l’erba di San Giovanni (iperico) e l’ulivo benedetto, assieme a preghiere di rito.

L’inquisitore insinua il dubbio che le erbe usate contro il maltempo servano invece a provocare le tempeste, a seguito di un patto diabolico.

Ornella Lazzaro, che ha studiato tutto il processo e pubblicato il libro Le amare erbe, rileva che in quei tempi la donna sola con una famiglia alle spalle aveva una vita difficile, in un mondo gestito in gran parte dagli uomini attraverso rapporti di forza.

La vedova perdeva, oltre al suo status sociale di moglie, la protezione del consorte ed era esposta a facili soprusi. Angioletta era, per molti aspetti, una figura ai margini della comunità, in condizioni di solitudine fisica e psicologica, oltre che di difficoltà economiche. La sua attività di guaritrice le conferiva inoltre un ruolo ambiguo, per cui la “publica voce” non esitava ad attribuire una nomea a semplici pettegolezzi o invidie.

Il processo si trascina con altre testimonianze fino a dicembre. L’inquisitore, per evitare un ulteriore onere economico per la detenzione, decide di concluderlo e concede alla due donne di presentare le difese attraverso un avvocato dei poveri. Costui però non riesce a espletare l’incarico perché nel frattempo, il 4 gennaio 1651, Angioletta muore in carcere, forse non per torture di cui non c’è traccia negli atti, ma sicuramente per la durezza della detenzione e per le precarie condizioni fisiche dell’anziana.

Morta la madre, che era la principale imputata, la figlia Giustina dopo pochi giorni viene assolta dal tribunale, previa ammonizione caritativa da parte del padre inquisitore.

Il 22 giugno 2009 l’amministrazione comunale di Pordenone ha ritenuto di ricordare la figura di Angioletta delle Rive erigendo una stele commemorativa dell’artista Gianni Pignat sul luogo in cui era vissuta.

Ogni anno, l’8 marzo una delegazione di donne dell’Anpi, assieme ad amministratrici comunali e componenti della Commissione regionale per le pari opportunità si reca a rendere omaggio alla figura di Angioletta, simbolo di tanti soprusi subiti dalle donne nei secoli. —


 

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