Cento anni fa nasceva pre Checo Placereani, una memoria che rischia di sbiadire

Tra i padri autonomisti, tradusse la Bibbia in marilenghe. Morì 34 anni fa, ma non viene ricordato nei testi scolastici

Oggi ricorre il trentaquattresimo anniversario della morte di pre Checo Placereani. Il prossimo 30 novembre invece si celebrerà il centenario della nascita. Un mese quindi, che unisce gli estremi di una vita intera, quasi a volere sottolineare l’ampiezza e lo spessore della sua presenza nel mondo friulano.

A quanti non hanno la mia età, potrebbe sembrare retorica e partigiana questa insistenza nel ribadire, in ogni occasione possibile, l’importanza di questa figura di sacerdote, di uomo di cultura, di politico, profittando anche di date che sembrano sempre più lontane nel tempo, quasi a ricercare solo nel passato i “momenti di gloria” o a ribadire le idee di fondo dei padri spirituali dell’autonomismo. Dovremmo dar ragione a questi critici se l’onestà intellettuale delle nostre classi dirigenti avesse provveduto “motu proprio” a riconoscere e, di conseguenza, a consegnare alle nuove generazioni la memoria di personaggi come appunto don Placereani, ma potrei aggiungere don Giuseppe Marchetti, pre Pieri Londero, pre Toni Bellina e altri ancora fra quei 529 preti che firmarono nel 1967 la mozione del clero friulano contro la marginalità del Friuli, un documento che marcò pubblicamente le prime distanze del mondo cattolico dalla Democrazia Cristiana.


Si preferisce ancor oggi incentivare a suon di euro, iniziative celebrative per Leonardo da Vinci, che ci conobbe forse per sbaglio o, come presumibilmente accadrà, sarà nel 2021 per Dante, cui per altro, dobbiamo l’infelice e odiosa espressione “crudeliter ce fastu eruptant” ad indicare la nostra lingua nel “De vulgari eloquentia”.

Pre Checo ha tradotto la Bibbia in friulano, nella stessa lingua il messale romano. Due pesi e due misure? No, non ci sono comparazioni da fare, visto che esiste solo la negazione: non c’è cittadinanza pubblica, nei programmi scolastici nemmeno l’ombra, un accenno.

“Ci penserà l’Università di Udine”, diranno in molti, considerando che, se esiste, lo deve proprio all’azione e alla lungimiranza di uomini come Placereani, ma non mi risulta esistano, nei vari corsi di laurea, spazi dedicati allo studio, alla ricerca sul ruolo svolto da “Glesie Furlane” nella storia di questa terra.

Diventa allora un po’ stridente affermare che “i preti friulani sono stati i veri intellettuali organici, per dirla con Gramsci, delle nostre comunità” se la constatazione resta a livello verbale e non se ne assicura lo studio del perché ciò sia avvenuto, delle conseguenze prodotte nel tessuto sociale e dei riflessi sulla vita contemporanea. Viene così derubricato anche il ruolo politico che, ad esempio, pre Checo svolse nella nascita del Movimento Friuli, nella formazione dei quadri dirigenti e in generale nello sviluppo del pensiero autonomista. In vita, il prete di Montenars fu accusato di essere “un austriacante”, termine nato nelle veline dei servizi segreti italiani già al tempo della Grande Guerra, per la sinistra era “un reazionario”, per la destra “un antitaliano, filo tirolese”, per la Curia udinese “un luterano antelitteram”.

Curioso come questa definizione lo accosti a Pasolini e alle sue “Lettere luterane” che nel sottotitolo del libro recita “Il progresso come falso progresso”. Profeti entrambi, in quel lontano 1976, di un futuro che, senza più radici, avrebbe portato l’umanità verso un mondo privo d’identità e valori, in quella che oggi chiamiamo globalizzazione. Il poeta di Casarsa rincorreva, ormai deluso, “il sogno di una cosa” della sua gioventù friulana, pre Checo ammoniva sui rischi di una spersonalizzazione collettiva, con la perdita della lingua madre, di una cultura e di una fede antica.

Il suo riferimento costante fu proprio la Chiesa Aquileiese e il Patriarcato, non come restaurazione di un sistema teocratico, ma di questo fu accusato, impensabile nell’epoca moderna, ma come visione di una Chiesa universale, calata nella realtà locale e rispettosa della diversità.

Forse questo, al di là del suo carisma personale, della carica umana che sprigionava quel clergyman coperto di forfora e di cenere di sigaro, è il segno più importante che ci ha lasciato. A noi che lo conoscemmo sui banchi dello Stellini, a quanti accorrevano ai suo comizi, a quelli che aspettavano le sue prediche, a quanti lo stimarono come studioso.

E che da lui impararono il valore della parola libertà: di pensiero e di azione, personale e collettiva. —
 

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