Crisi in Italia ai raggi X, de Bortoli: "Viviamo al di sopra dei nostri mezzi ed è sempre colpa degli altri"

È in libreria il nuovo libro di Ferruccio de Bortoli, “Le cose che non ci diciamo” (Garzanti, 160 pagine, 16 euro) in cui il giornalista e scrittore fa una radiografia della crisi italiana, analizzando produttività, concorrenza e debito pubblico. Ecco, per gentile concessione dell’editore, una parte del capitolo “Vivere al di sopra dei propri mezzi”.

Che cosa non ci diciamo fino in fondo? Come prima cosa che viviamo al di sopra dei nostri mezzi. Un Paese che investe poco, come il nostro, vive di rendita. Sul patrimonio accumulato in passato. Da genitori e nonni. Da generazioni che stavano peggio di noi ma pensavano a noi. Da troppi anni, per mantenere il nostro attuale livello di benessere, lo sottraiamo a chi verrà dopo. Figli e nipoti non ci ringrazieranno. Ovviamente estremizzo una tendenza, un modo di ragionare. Non è tutto così, per fortuna. La reazione alla pandemia è stata più che positiva. La gente disciplinata. In Italia più che altrove. Il capitale sociale, fatto di tante comunità solidali, ha reagito bene. La rete del volontariato si è dimostrata generosa e insostituibile. In molti settori, e in particolare in quelli più colpiti, imprenditori e lavoratori hanno moltiplicato gli sforzi per riaprire e tornare, nel limite del possibile, e nel rispetto delle norme per la salute, a lavorare. Come prima e meglio di prima.

Ma proprio per questo, anche per riguardo alla parte attiva e propositiva del Paese, dovremmo avere il coraggio di guardarci con più sincerità allo specchio. Dirci tutto. Nel bene e nel male. Osservare una normale regola che caratterizza le democrazie economiche più evolute: l’accountability. Ovvero la responsabilità nell’uso delle risorse soprattutto pubbliche (che sono per loro natura limitate) e il dovere morale di essere scrupolosi e onesti nel rendiconto.


Un discorso di verità aiuta l’Italia che ce la fa, valorizza le tante qualità dei territori, isola egoismi e miopie, consente di costruire meglio il futuro, non di distruggerlo in anticipo. Invece, al contrario, avanza inesorabile, nella vulgata populista e non solo, una narrativa di comodo che ci esenta da qualsiasi responsabilità personale e collettiva.

Scorriamola, in sintesi. È sempre colpa degli altri, dell’Europa, della globalizzazione, dei poteri forti. Qualche volta è così ma non è sempre così. Una sorta di vittimismo di massa che indebolisce gli spiriti attivi di una società. La invecchia più di quanto non sia già. Favorisce, nella parte produttiva e avanzata del Paese, un senso di estraneità ai destini collettivi. E ingigantisce, in quella più in difficoltà, spesso dimenticata, l’attesa di provvidenze che non sono infinite. Circolano di più la sfiducia e il disincanto degli stimoli a fare e rischiare, a inventarsi un domani. Ne soffre l’etica del lavoro. Declina l’idea che i risultati si ottengano attraverso duri sacrifici. Cresce l’aspettativa passiva che ci pensi lo Stato. O qualcun altro.

Il debito pubblico, nonostante tutto, non è una nostra preoccupazione. Non lo è nemmeno adesso che, dopo i necessari interventi per l’emergenza sanitaria, corre verso il 160 per cento del Prodotto interno lordo (Pil). I miliardi, ora che sulla carta ne abbiamo a disposizione tanti, anche grazie a programmi europei, sono diventati noccioline. Incredibile vederli scivolare via (a parole) come se il loro peso, soprattutto sulle prossime generazioni, fosse così lieve da potersi ritenere inesistente. Un miliardo non si nega a nessuno, potremmo dire parafrasando una battuta attribuita a Vittorio Emanuele II. In quel caso erano «un mezzo sigaro toscano e una croce di cavaliere». Poche lire. Esagero? Forse un po’. Ma negli ultimi mesi del 2020, mentre si discuteva delle proposte da inviare a Bruxelles per essere finanziate dal Recovery and Resilience Facility, principale strumento del Next Generation EU, abbiamo assistito allo scialo delle promesse, a un fuoco d’artificio di desideri e risposte, spesso incaute.

A mettere tutto in fila, ci si accorge che i 209 miliardi, tra sussidi e prestiti che spettano all’Italia, sono già finiti da un pezzo. Con i soldi europei si pensa ancora di poter fare di tutto: dal taglio delle tasse al ponte o al tunnel di Messina; dalla ricostruzione di Amatrice alla fiscalità di vantaggio per il Sud. Oppure distribuendo proporzionalmente la somma, come fosse un «tesoretto», un avanzo di bilancio, a Regioni e Comuni. Si è data in questo modo la peggiore tra le lezioni di educazione civica (ed economica) che sarebbe indispensabile avere.

Ce n’è per tutti. Avanti. Come è noto le priorità dei programmi europei sono altre: sanità, capitale umano, inclusione, digitalizzazione, transizione energetica, sostenibilità, produttività, competitività, occupazione, coesione sociale. Sono investimenti che servono soprattutto alle prossime generazioni. Non soldi a pioggia per trovare consenso immediato. Ma, grazie alle promesse elargite con superficialità e leggerezza, gli esclusi – che inevitabilmente ci saranno dopo le scelte europee – si sentiranno semplicemente defraudati. Si pensava di blandirli con tante promesse, si finirà per deluderli amaramente. Continuiamo, dunque, a pensare che si possa spendere all’infinito. Senza mai pagarne il conto. Che facendo più deficit si torni a crescere. Che si possa vivere di sussidi. Trasferire il reddito anziché crearlo. E sia sufficiente per riprendere un cammino di sviluppo stimolare la domanda ma non rinnovare l’offerta. Dunque, si ostacola la riorganizzazione delle aziende (che avviene anche licenziando, perché no?).

La produttività è un concetto oscuro (scambiata per il cottimo). Ci si illude di difendere l’occupazione finanziando aziende decotte. Si è convinti che lo Stato sia sempre l’imprenditore di ultima istanza, persino incurante del conto economico. Si ingannano così – ed è crudele se ci pensiamo – anche le tante, troppe persone che hanno perso il proprio posto. La scelta pubblica è diventata, nel linguaggio comune, sempre virtuosa. La Storia non ha insegnato nulla.


 

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