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Il collettivo di Social art compie dieci anni: un libro per raccontare la contemporaneità

Esce “Terraforma”, l’originale volume realizzato da Dmav In futuro una mostra e una videoinstallazione a Torino

2 minuti di lettura

Anime plurali e collettività, eclettismo contemporaneo e rilettura dei luoghi attraverso molteplici forme espressive ed artistiche. Dmav, acronimo di “Dalla maschera al volto”, collettivo di Social Art, con sede a Udine e sguardo sul mondo, compie dieci anni ed esce, per l’occasione, anche con un originale libro di viaggio ed artista, “Terraforma” (nome dell’intero progetto), a cura di Olga Gambaro, torinese, curatrice d’arte contemporanea e (anche) firma di Repubblica, edito da Comunicarte.

Abbiamo incontrato Alessandro Rinaldi, ideatore del collettivo Dmav, la cui formazione è in continua evoluzione, ed ora, oltre a Rinaldi è composto da Nicola Gaiarin, Marzia Nobile, Giulio C. Ladini e Francesca Centonze.

Voi vi definite un “social art ensemble”. Qual è l’idea di partenza di Dmav?

«Lavorare sui legami di comunità, da un punto di vista artistico e antropologico. Sono fondamentali le connessioni. In dieci anni abbiamo realizzato molti progetti d’arte pubblica, anche in regione. La nostra sfida è quella di riattivare la visione della comunità. Reinventare la memoria, attraverso un intreccio pulviscolare di linguaggi. Un percorso ibrido e innovativo».

Facciamo un esempio.

«Un esempio riuscito, anche per il suo potere germinativo, e che a sua volta è stato germinato da “Doublin’”, progetto “triestino” del 2019, è “Cavana Stories”, nato come racconto per interpretare la memoria e la socialità di Cavana, il rione popolare in Città Vecchia a Trieste. 18 interviste che riportano l’anima anni Cinquanta del luogo. È diventato un documentario di’realismo onirico’, presentato a Trieste Film Festival. Ma i progetti sono tanti».

Leggo dalla vostra bibliografia. Anno d’inizio: 2010. “Diventare un collettivo è una cosa bella ma non facile. Mesi per pensare all’identità. Mesi per pensare a cosa era realmente urgente produrre. In effetti per un po’ non ci viene in mente nulla ”.

«La nostra cifra stilistica è l’indipendenza, l’autoproduzione. Abbiamo un’anima punk, laterale. Siamo partiti nel 2012, ben due anni dopo infatti, con “On White Industrialists”, prima performance a Udine e Villach e mostra nell’ex chiesa di San Francesco. Ed è lì che nasce la collaborazione con il gruppo dei Giovani industriali della Provincia di Udine».

E il Maxxi a Roma?

«La collaborazione con il museo arriva nel 2016, con il progetto “The Independent”. E da lì poi, l’interconnessione con Nesxt – Independent Art Network e Olga Gambari».

Il libro esce in copie numerate, e con una prova d’artista all’interno.

«È successo durante la progettazione, nella sede delle Grafiche Filacorda a Udine. Marzia Nobile, performer del collettivo, ha creato con il proprio corpo un dialogo con il processo di stampa: una vera propria danza con le antiche macchine della tradizione tipografica. Ne è nata poi anche una videoinstallazione che verrà proposta dentro la Galleria Alessio Moitre a Torino, quando inaugureremo la mostra, rimandata per via del Covid, prossimamente».

Un vostro prossimo progetto?

«Un lavoro in progress è quello ad Aquilea, Innumera, che ci vede lavorare, ad esempio, con i neon d’artista in via Roma e sulla forma e il significato del numero».

“Terraforma”è curata da Olga Gambari e realizzata in partnership con Nesxt Independent Art Network, Galleria Moitre, Cizerouno, Comunicarte, PSG Partnership Studies Group dell’Università degli Studi di Udine e con il sostegno di Confindustria Udine – Gruppo Giovani, On Art, Foxwin, Porto dei Benandanti, Grafiche Filacorda. —
 

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