Tra violenze, stupri e massacri la voce incredula di una donna

Maria Silvia Bazzoli racconta la storia di Ajla, in fuga dalla guerra nell’ex Jugoslavia Un libro per ricordare e per ragionare sui soprusi subiti durante ogni conflitto

La voce di Ajla è la storia di un processo di riconoscimento che procede in parallelo: il ricovero di una madre, in catalessi in un letto d’ospedale, mette in moto nella figlia la ricerca delle proprie origini in un percorso che stravolge i confini tra il tempo e lo spazio e rimescola i vissuti di entrambe.

Arrivata a Parigi in fuga dalla guerra nella ex Jugoslavia, Ajla viene all’improvviso risucchiata da un passato che ha sempre voluto solo ingoiare, e il suo ricovero fa vedere per la prima volta ad Alina, sua figlia, un corpo solcato da cicatrici prodotte da tagli e sigarette. Nevicava anche quando la giovane donna aveva perso in un giorno tutto quello che era stato. «Nessuno poteva prevedere che la situazione sarebbe degenerata a tal punto. Per questo la gente si è fatta ammazzare a casa propria. Prima ancora che le armi, è stata l’incredulità di fronte alla follia umana a causare così tante vittime».


Questa scoperta, che fa uscire le due donne dalla dimensione fiabesca di una relazione costruita fino ad allora in modo tale da proteggere entrambe, non fa però abbandonare all’autrice la sua prosa poetica. La scrittura precisa e delicata le permette di condensare in una sola figura i dettagli di mille destini simili. A universalizzare il particolare.

Perché tutto questo potrebbe essere detto con altre parole. Con un linguaggio politico. La storia di Ajla evoca il copione dei massacri nei villaggi, lo stupro di massa, un “crimine premeditato” della guerra in Bosnia dove il corpo delle donne, il “nemico riproduttivo”, è diventato il campo di battaglia su cui lasciare l’impronta. Senza dimenticare quell’antropologia dell’insulto che ha accompagnato “eccessi di violenza” dove, non va dimenticato, vittima e carnefice parlavano la stessa lingua. Così, come ci è stato restituito da raccolte di testimonianze in tempo quasi reale, diari, racconti, tentativi di rappresentazioni in forma di fiction per un argomento che non si nomina a voce alta, conserva le caratteristiche di un tabù sociale e pone la vittima in bilico tra bisogno di esprimere/denunciare e desiderio di mantenere segreto/tacere.

Oppure si potrebbe dire con un linguaggio clinico. Ajla da molti anni non emette più suoni, il suo mutismo segnala il blocco emotivo dopo il trauma, quell’evento ‘bianco’ che lentamente deve trovare il suo colore. In ospedale, in un processo catartico, riesce a entrare in contatto con il luogo di dolore che era diventata la sua mente.

Ma anche qui è la situazione relazionale a sostenere quella sofferenza che le darà la possibilità di comporre il suo tappeto dei ricordi. Insieme ai legami misteriosi di una genealogia al femminile che eredita l’arte della tessitura e ripara pezzi di vita con la creatività del cucire. Le donne sopravvissute a Srebrenica hanno tessuto per anni.

Maria Silvia Bazzoli può portare a compimento la sua tela dopo aver trovato la trama e le parole, perché è lei che, con Ajla e Alina, cuce e ricuce: le sue memorie dei luoghi, la sua conoscenza dell’Africa, della povertà e della realtà dello slum, l’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra in ex Jugoslavia, i primi ad arrivare, nel 1991, in Italia dopo la caduta del muro di Berlino, nella caserma Monte Pasubio nel centro di Cervignano.

Non volevo scrivere, dice l’autrice. Ma Ajla/Alina mi imponevano di scrivere, e man mano tante piccole tessere – identità, simbiosi, appartenenza, tessitura – hanno trovato una collocazione. La risonanza dei loro nomi simboleggia due parti di una stessa persona. Un legame femminile caleidoscopico dove la relazione tra genitori e figli è un atto mai scontato, un’incessante adozione reciproca.

E questa, a ben guardare, è la scelta di entrambe. E il senso del romanzo. —


 

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