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Le lotte del Cormôr: sciopero alla rovescia di giovani disoccupati “capaci di lavorare”

In questi giorni le rievocazioni del grande evento nella Bassa Sul greto del fiume per finire la bonifica interrotta dal 1939 

UDINE. “Cormôr? Chi era costui?”. “All’alba di venerdì 19 maggio 1950, da tutti i paesi della pianura friulana occidentale partirono centinaia di disoccupati, chi in bicicletta, chi a piedi e si recarono in piazza a Muzzana: erano almeno 400 e da lì andarono sul greto del canale Cormôr entrando dal bosco di San Gervasio…”.

Nelle settimane scorse su Radio Rai 3 Renato Rinaldi ha mandato in onda con grande maestria la storia di quelle lotte bracciantili utilizzando la voce narrante di decine di protagonisti che avevo registrato alla fine degli anni ’70 del secolo scorso.


Quando iniziai a girare per le campagne del Friuli con il registratore lo feci come ultima ratio per poter ricostruire le due maggiori lotte contadine del Friuli contemporaneo, quella del Sanvitese – già descritta da Pier Paolo Pasolini nel suo primo romanzo “Il sogno di una cosa” – e quella del Cormôr, famosa anch’essa per il coinvolgimento di una schiera d’intellettuali: Zigaina, con i suoi quadri sparsi nelle pinacoteche di mezzo mondo, Mario Cerroni, il poeta di alcune poesie musicate poi dal compositore Pietro Pezzé, l’architetto Ermes Midena, lo scultore Dino Basaldella, e tanti altri artisti e scrittori friulani che si schierarono con i braccianti e firmarono, assieme ai parroci, una petizione popolare contro gli arresti e le bastonate della polizia.

Adesso le immagini e le voci di quei braccianti si possono vedere e ascoltare sul portale www.lottedelcormor.eu curato da Lorenzo Fabbro, Caterina Vignaduzzo e Lorenzo Casadio ove si trova anche il link alla pagina di Raiplay Radio per riascoltare la serie di trasmissioni realizzate da Rinaldi.

La storia è delle migliaia di giovani disoccupati che nella primavera-estate del 1950 andarono a lavorare sul greto del Cormôr per completare il canale di bonifica rimasto interrotto dal 1939.

Andarono a lavorare di propria iniziativa per indurre il Governo De Gasperi a finanziare il completamento della bonifica della Bassa Friulana: uno sciopero alla rovescia in quanto lavoravano pur non essendo pagati.

Senza le testimonianze orali non si sarebbe potuto scrivere “Le lotte delCormôr, un garbato sciopero simbolico” perché non esistevano documentazioni scritte negli archivi, né nei giornali dell’epoca, c’era così il rischio che quell’esperienza storica delle classi popolari friulane scomparisse proprio dalla memoria, come è successo per decine di altre sollevazioni contadine dell’età moderna e contemporanea, soprattutto nell’Italia meridionale.

Parafrasando Raymond Queneu: se non ci fossero guerre e rivolte non vi sarebbe materia della storia, la storia non avrebbe oggetto. Forse tra qualche decennio gli storici ricostruiranno l’emigrazione dei 300.000 laureati e tecnici italiani di questi anni: il più grande spreco se rapportato alle liquidazioni pensionistiche dei grandi burocrati da 3-400.000 euro cadauna. All’epoca quei giovani ventenni che non volevano emigrare presero parte a quella manifestazione della loro disponibilità al lavoro perché avevano una cultura popolare imperniata sull’etica del lavoro. La loro dignità era quella d’esser considerati dalla comunità “uomini capaci di lavorare”. Spesso andavano sul Cormôr con le morose che avrebbero voluto sposare, ma che non potevano per mancanza di lavoro (all’epoca ci si sposava ancora a vent’anni, come nei secoli precedenti), e quindi la loro lotta fu una lotta di uomini e donne ventenni, un’età in cui predominava l’allegria e lo stare in compagnia.

Furono bastonati dalla Celere perché erano gli anni della contrapposizione tra paesi “occidentali” e paesi comunisti e ogni manifestazione dei comunisti contraria al Governo era repressa più o meno brutalmente, anche se era pacifica e garbata come la loro.

“La memoria collettiva è una corrente continua di pensiero di una continuità che conserva dal passato solo ciò che ne è ancora vivo o capace di vivere nella coscienza del gruppo”, disse il grande Halbwachs, e recuperare questa memoria collettiva a settant’anni da quell’evento può essere un primo tratto delle fondamenta su cui noi friulani potremo costruire una visione del mondo in cui c’è lo spazio di riscatto e grandezza anche per quelli che sono “gli ultimi” oggi, ma collegati idealmente alla storia della costruzione dell’etica del lavoro dei friulani.

C’è poi il problema d’insegnare questa storia nelle scuole cambiando i programmi scolastici che non avvicinano i futuri cittadini alla conoscenza di dove vengono...: altro che don Abbondio.



 

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