Il ritorno di Teresa Battaglia nel quarto romanzo di Ilaria Tuti

Dal sogno di una bimba alla rotta balcanica. Il libro è stato scritto dopo un lutto familiare. La scrittrice di Gemona: «Volevo fare qualcosa che donasse speranza». I proventi al Cro

Un sogno che agita il sonno di una bimba speciale e che sembra nascondere un mistero dai contorni oscuri. E una madre disposta a tutto per regalare alla figlia quella serenità strappata via da una malattia che le ha negato una vita normale, tanto da richiedere l’intervento del commissario Teresa Battaglia, l’unica ritenuta capace di sintonizzarsi con occhi e cuore al mondo dell’infanzia dopo la risoluzione del giallo della foresta di Travenì.

Torna da giovedì 14 gennaio nelle librerie l’eroina burbera e perspicace nata dalla penna della scrittrice gemonese Ilaria Tuti, protagonista di un nuovo romanzo, “Luce della notte”, edito sempre da Longanesi. Un «libro inatteso» rispetto alla linea editoriale già decisa sulla saga di Teresa: dopo “Fiori sopra l’inferno” e “Ninfa dormiente” era infatti previsto un terzo volume (la cui uscita è attesa per l’estate) anticipato invece da quest’ultimo.

Un romanzo, il quarto per l’autrice friulana (lo scorso giugno era uscito “Fiore di roccia” dedicato alle portatrici carniche), concepito dall’impellenza di lenire un grave lutto familiare che ha colpito la scrittrice alcuni mesi fa e nello stesso tempo realizzare qualcosa che potesse guardare al futuro con fiducia. «Dopo una malattia – spiega Ilaria Tuti – è mancata mia nipote Sarah, a soli 9 anni. Un dolore immenso, che mi ha spinto a fare qualcosa di costruttivo per la mia famiglia: volevo disegnare questa bambina coraggiosa e volevo che a portare un messaggio di speranza a chi sta ancora percorrendo la strada della malattia fosse Teresa, che nei miei romanzi ha sempre avuto uno spiccato senso materno». I proventi della vendita di “Luce della notte” andranno al Cro di Aviano, per aiutare la ricerca sul morbo di Erwing, che colpisce soprattutto bambini e adolescenti e che si è portato via anche la piccola Sarah.

Collocato temporalmente tra “Fiori sopra l’inferno” e “Ninfa dormiente”, qui troviamo una Teresa ancora in grado di controllare la patologia che l’affligge e che tenta di nascondere. Il commissario di polizia questa volta si troverà a doversi confrontare con una sottile, impalpabile linea che distingue l’aspetto onirico dalla realtà, con una bambina di quasi nove anni «alla quale – spiega Tuti – decide di dare fiducia contro tutto e tutti» appassionata di Stevie Nicks.
Chiara non è come gli altri, è condannata al buio e alla solitudine a causa di una rara malattia che le impedisce di vivere alla luce del sole. Si muove nell’oscurità, presa in giro e temuta dai coetanei nelle pochissime volte in cui ha tentato un approccio alla pari. E sogna qualcosa di angosciante, forse troppo per far unicamente parte dell’immaginario di una bimba particolare. Sogna un’acacia, la cui corteccia qualcuno ha scalfito riproducendo una stella e una mezza luna. Vede, più sotto, il terriccio smosso e un bambino sul cui cuore immerge le mani e che poi scompare, vede luci danzanti nelle tenebre. Sono solo il frutto di fantasie o i segni di una verità che si vuole oscurare, captata da discorsi ascoltati dai grandi?

Trafiggendo paura e buio, l’investigatrice – con in mano solo un disegno della piccola – si mette al lavoro per scandagliare ciò che, almeno inizialmente, pare evanescente, come lo spazio in cui il giorno prende il posto della notte. Con lei c’è sempre il fidato vice Marini, che imparerà a conoscere meglio e che l’aiuterà a intraprendere un viaggio indietro nel tempo, in direzione di fatti accaduti il 31 ottobre 1995, quando un gruppo di profughi scappati dall’ex Jugoslavia era stato trovato al confine con la Slovenia. Ma non tutti erano stati fotosegnalati. Perché? Tracce ematiche e reperti infittiscono la trama e raccontano della disperazione dietro alle rotte balcaniche, temi ancora fortemente attuali.

Emergeranno i dietro le quinte di una piccola comunità dalla quale la famiglia di Chiara si era staccata. Il caso diventa una tela che intreccia i fili della bimba, di un bracconiere solitario, di un poliziotto corrotto, della “mafija slovena” e di Andreas, l’assassino a suo modo padre, arrivando a un finale che rimette a posto le cose, unendo definitivamente chi era stato separato dalla cattiveria umana e dona a Chiara il diritto di essere come gli altri.

Dietro a descrizioni mai fini a se stesse, l’autrice fa emergere il Collio – dove è ambientato il romanzo – in tutta la sua bellezza, tra vitigni e colline che offrono un altro meraviglioso spaccato del Friuli Venezia Giulia. —

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