Silenziata anche la voce dei trumpiani: i social e le libertà di espressione

Lo stop a “Parler” blocca milioni di follower del presidente. Sono decisioni che riguardano tutti. Servono leggi antitrust

“Scompare anche Parler dal web”: questa la notizia dei giorni scorsi. Dopo le decisioni da parte di Twitter e Facebook di bloccare l’accesso dei social a Donald Trump, viene disattivata da Amazon, Apple e Google anche l’app “Parler”, molto popolare tra i suoi sostenitori e in generale tra i conservatori e l’estrema destra americana. Milioni di follower iscritti a questi social sono stati “silenziati” a causa della presenza di affermazioni violente in rete, in relazione a quanto accaduto la settimana scorsa al Campidoglio. La vicenda è nota ed è stata ampiamente analizzata da vari commentatori in tutto il mondo.

Mi pare, tuttavia, utile tornare sulla “notizia”: un conto infatti è dare la notizia (quello che è successo negli Stati Uniti) altro è riflettere su quanto è accaduto. I tempi della riflessione non corrispondono ai tempi del consumo delle notizie: la “velocità esponenziale” che caratterizza lo sviluppo globale è uno dei mali del nostro tempo.

Lo scorrere incessante del flusso dell’informazione trascina con sé tutti gli “eventi”, ma se l’apparato tecnologico oggi vigente imprime una continua accelerazione, noi possiamo adattarci fino a un certo punto – come ci spiegano le neuroscienze – dopodiché incontriamo i nostri limiti cognitivi e in tal caso o li potenziamo, o subiamo queste accelerazioni, o dobbiamo limitare queste ultime.

Il gesto dei “padroni” dei social di zittire Trump non è solo una notizia interessante per i media di tutto il mondo, ma è qualcosa di più rilevante su cui dobbiamo riflettere con urgenza: si tratta di problemi che si intrecciano non solo con la vita del presidente Usa – anzi è una decisione che determina persino la vita di un presidente americano – ma riguardano le nostre esistenze e il senso stesso della vita politica e democratica delle attuali società.

Si è detto e si è scritto che si è trattato di una presa di posizione “moralmente giusta” di fronte ad accadimenti di enorme gravità. Inoltre, stiamo parlando di soggetti privati e in quanto tali possono fare quello che vogliono: siamo o non siamo in uno Stato di diritto? Esiste o no nei paesi liberali occidentali la libertà di espressione? Sentiamo quotidianamente questo tipo di affermazioni, che ben rappresentano il grado di confusione in cui ci troviamo.

Negli Stati “democratici” (oggi si parla di “democrazie liberali”, concetto che richiederebbe diverse precisazioni che non possiamo tuttavia fornire in questa sede) non si può fare o dire quello che si desidera: ogni soggetto rinuncia alla libertà “anarchica”, “assoluta”, per poter costituire la propria libertà individuale nell’ambito di una società civile, nel rispetto degli altri cittadini.

In tutte le democrazie la libertà di ciascuno è limitata dalle conseguenze negative che potrebbe avere sugli altri. Un soggetto privato è sempre regolato. Si pensi al caso dei media tradizionali come la televisione. Per la cosiddetta “legge della par condicio”, una rete privata come ad esempio Mediaset non può decidere durante una campagna elettorale di dare spazio soltanto a un politico, o di censurare un partito. Seppur privata, la sua libertà non è assoluta, ma vincolata a un bene più importante, che è il pluralismo democratico. Ci sono già dei “binari” per proteggere il pluralismo nei mass media: è del tutto ragionevole chiedersi cosa si potrebbe fare su Internet, anche se (anzi, soprattutto perché) le piattaforme sono private.

Uno dei problemi della globalizzazione consiste nella difficoltà che incontriamo a regolare soggetti economici transnazionali. Oggi ci troviamo dinnanzi alla situazione in cui questi grandi soggetti digitali, come Facebook e Google, veicolano una schiacciante maggioranza del traffico nel loro settore di riferimento (quello dei social media o quello dei motori di ricerca), influenzando quindi la sfera pubblica e determinando fortemente l’assetto politico-economico di un paese. Inoltre, queste piattaforme social spesso sono accompagnate da dinamiche violente e da informazione priva di fondamento – eppure stanno condizionando fortemente la vita democratica dei paesi occidentali.

Dobbiamo quanto prima riflettere e deliberare su questioni fondamentali per la nostra organizzazione sociale futura. Gli Stati occidentali devono porsi, all’interno del loro orizzonte politico, l’obiettivo non più aggirabile di normare in modo più efficace questi “soggetti”: attraverso leggi antitrust, o attraverso altri strumenti, in grado di porre il divieto di amministrare intere piattaforme o di definire in modo chiaro, in termini di responsabilità e di norme, la gestione dei contenuti.

Questi sono principi che stanno alla base delle cosiddette “democrazie liberali” e che, negli ultimi decenni, lo sviluppo dell’apparato tecnico-scientifico accompagnato da politiche neoliberali ha di fatto compromesso, creando “monopoli” e soggetti privati più potenti, in termini economici, dei singoli Stati.

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